1993 – Angelina

Anche quella sera avevo bevuto troppo. Il Jo era rosso in faccia e biascicava le parole. Non era solito, per lui, parlare in quel modo. Normalmente non si riduceva quasi mai in quello stato. Sembrava, come me, possedere una specie di sesto senso (od una specie di paura) che gli impediva di esagerare con il bere. Mi risultava difficile capirlo. Laura, del Corvo Rosso, si era stufata di portarci delle medie. Lo capimmo e decidemmo che era meglio alzare le tende.
Una volta in macchina chiesi a Jo dove voleva andare.
– Fai tu, per me è lo stesso. –
– Facciamo un putan-tour? –
– Ok, mi sta bene. –
Riuscii non so come a guidare fino in corso Massimo. Tutto sommato era una bella serata.
Non vi era molto traffico a quell’ora, per cui mi risultò facile procedere a passo d’uomo lungo il corso, vicinissimo al marciapiede, con la prima al minimo dei giri. Non vi erano molte puttane ed alcune erano brutte. Grasse, vecchie. Avrebbero fatto meglio a sospendere l’attività. Mi dissi che in fondo dovevano avere anche loro degli estimatori. Poi ne vidi una che mi interessava.
Era piccola, bionda, sui trentacinque. Bella, con un culo ben fatto.
– Wow! – esclamai – Quella mi piglia un casino! –
Il Jo mi guardò con il sorriso sulle labbra. Non pensava che stessi dicendo sul serio. Si sarebbe trattato della prima volta per me e lui lo sapeva. Non eravamo tipi da puttane. Guardai l’orologio: indicava le undici e trenta.
– Facciamo un altro giro. – Dissi.
Svoltai e poco prima di ripassare davanti alla bionda dissi al Jo:
– Voglio chiedergli quanto vuole. –
– Ok. –
Accostai la macchina al marciapiede ed attesi con impazienza che il Jo abbassasse il finestrino di destra. Mi protesi e gli domandai:
– Ehi, quanto vuoi? –
– Sono 50.000, gioia. A testa. –
Il “click” nel mio cervello fu quasi udibile. Letteralmente qualcosa scattò dentro di me e mi convinse che dovevo agire. Era la volta buona per provare anche quello… Il Jo. Con il Jo avevo provato un sacco di cose, del resto. Mi sembrava giusto doverlo fare.
– Senti, vado ad accompagnare il mio amico e poi torno. Ci sarai? –
– Dipende, gioia, dipende… –
Giustamente.
Il Jo richiuse il finestrino e mi guardò con aria sempre più grave.
– Lo vuoi fare davvero? –
– Certo. Sono mezzo sbronzo. Lo devo fare ora. Devo togliermi questo sfizio. A proposito: hai dei soldi da prestarmi? –
Ci pensò solo un secondo.
– Si, certo. –
Mise mano al portafogli e sfilò un cinquanta.
– Dovresti restituirmeli prima di giovedì, però. –
– Contaci. –
Mi diressi verso casa sua. Il Jo aveva la fortuna di abitare in una zona appena fuori città, praticamente ad un centinaio di metri dal Po. Aveva una bella casa, con tanto di giardino e strada privata.
Allora non se la passava male.
Ci salutammo davanti al suo cancello. Poi mi ridiressi verso il centro. Ci stavo riflettendo su. Stavo con Anna e l’amavo. Ma stavo anche per andare con una puttana. In quegli anni non si parlava ancora molto di AIDS e del resto non mi preoccupavo più di tanto. Mi sentivo stranamente bene. Solo una normale agitazione mi faceva vibrare.
Per uno come me, sempre pronto ad eccitarsi alla minima novità, non era cosa strana. Si trattava della prima volta con una che per scopare ti faceva pagare. Cazzo, io mica mi facevo pagare, quando mi trombavo le mie amichette! Ne risi dentro di me.
Spinsi una cassetta nell’autoradio e alzai il volume: Pentangle, perfetto. Per pochi attimi mi parve di stare in un altro mondo. Era quello l’effetto più immediato di quella musica.
Il traffico era ulteriormente diminuito, in quella zona. Anche le puttane. Ed Angelina non c’era. Naturalmente allora non sapevo ancora che lei si chiamasse così, ma lo avrei scoperto poco dopo. Feci un giro dell’isolato, poi un altro. Finalmente vidi una centoventisette che si fermava al suo angolo e Angelina che scendeva. Era fatta. Mi avvicinai ed abbassai il finestrino.
– Allora? –
Appena pronunciai la parola pensai che non si ricordasse con chi aveva parlato circa un’ora prima. Invece lei mi disse:
– Possiamo andare! –
Rispose. Salì in macchina.
– Ehi! Hai una bella macchina! –
– Si. E’ proprio una bella macchina. Ed è anche molto vecchia. –
– Ok, gioia, gira di qui. – Disse all’improvviso.
Quasi ci rimasi male. Anche una minima discussione sulla mia macchina mi faceva piacere. In ogni caso l’aveva detto così, non credo che gliene importasse davvero.
Mi fece un segno con la mano. Questo suo continuo chiamarmi “gioia” mi dava fastidio. Ma era proprio bella e in quel momento gli avrei persino permesso di chiamarmi picio. In fondo, mi dissi, doveva far parte del suo gergo, o del gergo di tutte le puttane. Come la chiamavano la potta le puttane? La chiamavano solo fica? Non la nominavano affatto? Boh.
Mi disse che potevo parcheggiare e lo feci. Eravamo in via Ormea, che io conoscevo bene per i precedenti putan-tour. Mi guidò verso un portone ed iniziai a valutare il tipo di abitazione: si trattava di uno di quei vecchi caseggiati di cui sono piene le zone vecchie di Torino. Appena entrati ne ebbi la conferma. Vi era un grande cortile ed un porticato e da questo partivano le scale per i piani superiori. Le abitazioni erano collocate tutte in fila e si accedeva solamente dai ballatoi che davano sul cortile. Mentre salivamo una rampa di scale una signora di mezza età uscì sulla porta con l’intento di depositare fuori di casa la sua immondizia. Ci vide e salutò con la mano Angelina.
– Ehi, ti va bene questa sera? –
– Direi di si, Maria! –
Maria mi guardò ed io guardai lei. Non era una puttana e neppure sembrava scandalizzata di dover convivere con una come Angelina. Evidentemente in una zona depressa come quella non si faceva tanto caso a come uno si procurasse di che mangiare. Bene, mi dissi, almeno qualcosa che non ti fa pensare sempre male della gente.
Ad un certo punto arrivammo. Il portoncino di casa era una porta a finestra di legno eroso dalle intemperie. Praticamente non era mai stato riverniciato dopo la prima volta.
Accese la luce ed entrai. Ci misi qualche secondo a realizzare: lei non poteva vivere lì. Evidentemente quel posto era preso in affitto con quell’unico scopo-scopereccio.
La stanza era praticamente vuota, ad eccezione di un letto, costituito esclusivamente dalla rete e da un materasso a vista, una sedia di antica fattura ed un bidet posizionato in un angolo. Ad hoc.
Wow, un vero spettacolo.
Lei si sdraiò sul letto e con una voce tranquillamente allegra mi invitò a spogliarmi.
Mi voltai per avere la sedia di fronte e, maledicendomi per essere uscito con giacca e cravatta, cominciai ad armeggiare con quest’ultima. Avevo appena finito di sfilarmi la camicia dai pantaloni, quando mi voltai verso di lei: volevo chiederle come si chiamasse: era già praticamente nuda.
Si era sfilata i blue jeans e la maglietta, aveva delle calze color carne che le facevano risaltare le belle gambe e si era tenuta il reggiseno. La sua potta era bellissima, bionda e riccioluta. Terminai di spogliarmi, mi avvicinai e le passai una mano sopra.
– Solo fuori, ne gioia? –
– Stai tranquilla. –
Avrei voluto tuffarmici dentro. Le appoggiai le mani sul culo, un bellissimo culo rotondo e assaporai il calore della sua pelle. Era bianca e liscia. Cazzo, una bella donna, questa Angelina.
– Senti… E’ la prima volta. Cioè, la prima volta che vado con una… Come te. –
– Con una puttana? –
– Si. Volevo provare. Tutto sommato non credo che riuscirò a scoparti. Sono ubriaco e non ho la testa a posto. –
-In ogni caso gioia, sono sempre 50.000. –
– Certo, figurati. –
Mi rialzai dal letto e andai a prendere i soldi nel portafogli. Li appoggiai vicino al letto, su di una mensolina che pareva essere là apposta.
– I soldi sono là. Non vorrei farti perdere tempo, ma lo dovevo fare. –
– Non ti preoccupare e rilassati. –
Ero in ginocchio sul letto, nudo come un verme. Lei estrasse chissà da dove un preservativo e lo infilò sul mio membro che aveva acquisito una durezza standard tipo uovo sodo. Poi, con mio grande stupore, si alzò e si lavò la fregna. Con cura e meticolosità. Ci mise parecchio.
Io mi ero intanto disteso, cercando di inturgidire l’attrezzo, che non ne voleva sapere. Mi tornava in mente Anna, con le sue gomme sode e voluminose, il suo bellissimo culo e la sua bocca carnosa. Se ci fosse stata Anna, lì, l’avrei traumatizzata dallo scopaggio.
Ma ella non c’era ed ero a casa di Angelina, la mia amica puttana, nuda e bella disponibile.
Venne vicino a me e si infilò il mio cazzo in bocca. Credo che fare un pompino ad un cazzo molle con il goldone flaccido che gli si appiccica addosso sia più o meno come succhiare un tubo di gomma immerso nella crema per le mani. Eppure, non voleva scontentare il cliente. Lo succhiò in una bella maniera professionale, scaldandolo con il fiato, molleggiandolo con le mani, dandomi piccoli buffetti sulle palle flosce. Non c’era verso. Glielo dissi.
– Stai calmo, non c’è problema. Stiamo un po’ qui, insieme e vedrai che poi funzioni come un treno. –
Se lo diceva lei…
Si stese vicino a me e chiese chi fossi, dove lavoravo eccetera eccetera. Mi disse che le ero simpatico. Le ispiravo tenerezza. Disse che non ero fatto per andare a puttane. Non avevo lo stile. Mi chiese della ragazza.
– Ne hai una? –
– Si. –
– La scopi? –
– Si. –
– Te lo succhia come faccio io? –
– A parte il goldone, direi di si. –
– Vedi? Non hai bisogno di noi. – Rise.
– Io mi faccio scopare per mangiare, perché non so fare altro nella vita. Ho cominciato da piccola, a prenderlo dentro, da tutti. Mi piace, come lavoro. –
– Hai qualcuno? –
– Il magna? No, sto da sola. Mi conoscono e non hanno bisogno di me. Stanno arrivando delle negre da non so dove. Usano quelle. –
– Sei molto bella per… –
– Essere una battona? E dai, dillo come va detto. Comunque grazie. Sei molto gentile. –
Me lo strofinò ancora un altro po’. Qualcosa stava cambiando e lui iniziava a reagire. Me lo prese ancora in bocca e vidi le sue labbra scorrere sulle pieghe del preservativo. Erano rosse e calde. Le pieghe iniziarono a stirarsi.
– Potrebbe piacermi, a questo punto. –
Lei si fermò e mi guardò dritto negli occhi:
– Dovresti dirmi di smettere adesso. –
-Smetti, per favore. –
Non parlammo per un poco. Lei si alzò e si sedette di nuovo sul bidet. Aprì l’acqua e se la innaffiò di sapone liquido. E praticamente non l’avevo neppure toccata!
Appena si fu lavata si asciugò e si rivestì. Con i blue stava da Dio.
– Dai – mi disse accarezzandomi il viso – riportami in strada. –
– Ok. –
Mi stava quasi venendo da piangere. Mi piaceva.
Uscimmo e l’aria della notte mi parve di un fresco elettrico. Bellissimo. L’abbracciai e scesi così le scale di pietra. Lei sorrideva.
– Sei un bravo ragazzo. Ma io sono una puttana. Altrimenti potremmo diventare amici. –
Lo aveva detto così, senza che ci fosse stato nulla. Forse lo diceva a tutti quelli fessi come me. O forse no. Me lo indicava una luce particolare al fondo dei suoi occhi.
– Stai sempre qui? –
– Per ora… –
– Può darsi che una volta o l’altra torni a trovarti. –
– E Anna? –
– Come fai a sapere come si chiama? –
– Poco fa mi hai chiamato così. –
Salimmo in macchina. Poco prima di scendere mi diede un bacio sulla guancia.
Poi, mi disse solo ciao.

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