1993 – Cassino

La prima volta che andai a Cassino in trasferta non ero preparato ad incontrare gente nuova. Del resto mi avevano affiancato un collega con maggiore anzianità aziendale (anche se a tutti gli effetti era più giovane di me) per cui, mi dicevo all’inizio, avrei avuto compagnia…
A Cassino, Beppe Obi Wan (Obi da obeso) ed io, ci andammo con la sua macchina, una Y10 rossa che piano piano ha completamente demolito.
L’impressione che mi fece il paesello fu di semplice simpatia. Piccolo e grazioso. Me lo immaginavo del tutto diverso.
Prendemmo alloggio all’Hotel Pavone. Faceva schifo. Sembrava che fosse passato Attila con i suoi Unni ed avesse distrutto tutto. Anche la stanza puzzava di muffa e la mouquette che ancora s’intravvedeva per terra era il meschino ricordo di tempi migliori. Per contro, si mangiava bene.
Dopo cena decisi che forse era meglio fare un giro per le vie centrali del posto, almeno per prendere confidenza con la zona. Beppe diede forfait. Era stanco, mi disse. Gli risposi ok e tornai nella mia camera.
Mi dava fastidio non uscire, ma nemmeno volevo trascinarmelo dietro come un peso morto. Non osavo ancora chiedergli la macchina e nemmeno me la sentivo di andare a piedi fino al centro che ad occhio distava circa tre chilometri. Estrassi dalla valigetta il pacco di maria e mi rollai un cannone da incubo. Era roba buona. L’avevo acquistata dal Toscano, una quantità industriale. Una trentina di grammi l’avevo regalata a Xawier, il fratello di Ghislaine e gli avevo detto di farmi sapere qualcosa. L’avevano fumata lui e Jean-Batist una sera. Il giorno dopo lui si era svegliato in bagno e Jean-Batist per le scale. Il corridoio era lastricato di formaggini a cui mancava solo una parte e che mostravano tutti l’impronta dei denti. Nessuno di loro ricorda nulla di quella serata…
Aspirai con cura le prime boccate e mi rilassai. L’indomani sarei andato in Stabilimento per vedere che c’era da fare, ma, come al solito, non me ne fregava un cazzo. Poco dopo mi addormentai.
I giorni successivi ebbi modo di conoscere sia l’ambiente lavorativo di Cassino che uno spicchio della società cassinese. Mi piaceva di più la seconda.
Ebbi, in particolar modo, la possibilità di valutare l’ilarità che riuscivano ad ispirare i guardioni dello Stabilimento. Erano addirittura comici. Un tipo, grosso e baffuto, li batteva tutti:
– Chi siete? –
– Siamo Tizio e Caio. –
– Che volete? –
– Vogliamo entrare. –
– Perché? –
– Dobbiamo lavorare. –
– Dove? –
– Fabbricato 11. –
– Di che ditta siete? –
– La tua. –
– Avete i permessi? –
– Eccoli qui. –
– Io non li trovo. –
– Ma noi li abbiamo. Abbiamo anche spedito un fax. Se non li trova, non ne possiamo niente. –
– Non potete entrare. –
– Perché? –
– Non avete i permessi. –
– E questi cosa sono? –
– Io non li trovo, qui. –
– Allora? –
– Andate da Di F. e fatevi fare il permesso da visitatori. –
– Ok. –
Andiamo da Di F. Poi torniamo alla Porta 4.
Di nuovo lui.
– Chi siete? –
– Siamo Tizio e Caio. –
– Che volete? –
– Vogliamo entrare. –
– Perché? –
– Dobbiamo lavorare. –
– Dove? –
– Fabbricato 11. –
– Di che ditta siete? –
– La tua. –
– Avete i permessi? –
– Eccoli qui. –
– Io non so “gnente”. –
– Lo chieda a Di F. –
Telefona a Di F.
– Ci sono due tipi bla bla… –
Attesa.
– Ok, vadi pure. –
– Grazie, buongiorno. –
Lo Stabilimento, dentro, non era poi male. Ben tenuto, con isole verdi ed ampi spazi. La gente mi piaceva, tutto sommato, anche se l’idea generale che mi feci da quella prima volta risultò essere il concetto di omertà=vita-informazioni=carriera interrotta.
Quella prima trasferta durò quindici giorni. Beppe non uscì nemmeno una sera. Capita l’antifona, mi strafacevo di maria ed uscivo a piedi. Tornavo alle due, cotto dopo il giro dei bar ed il giorno dopo, nello “Stab.” ero come uno zombie.
Una volta a Torino attesi di riuscire finalmente a ritornare giù da solo.
L’occasione si presentò ben presto: un lavoro lungo, a quanto mi dissero. Sarei dovuto rimanere a Cassino per un bel po’ di tempo. Ok, mi stava bene. Avrei fatto qualunque cosa pur di non stare a Torino. Troppi ricordi freschi. Avevo necessità di cambiare aria. Colsi al volo l’opportunità.
Tornai giù con la mia macchina e cominciai a vivere.
Il lavoro di per se era semplice: raccoglievo dei dati efficienziali dalle linee di lavorazione (pochi numeri su produzione e scarti) prima delle otto e li inviavo in sede a Torino entro le otto e mezza, per far si che il gran capo di allora li consultasse.
Dopodiché avevo finito e dovevo farmi passare la giornata.
Quindi, essendo un esterno, potevo uscire quando volevo e lo facevo di buon grado. Ufficialmente ero impegnato da qualche parte (nel caso mi avessero cercato), mentre in realtà mi sbobbavo panini al prosciutto e pomodoro al bar al fondo della strada, oppure raggiungevo il paese e mi slumazzavo le vetrine del corso. Nel pomeriggio facevo magari una capatina in qualche bar per sbevazzare qualcosina, un paio di aperitivi per predisporre la serata, poi rientravo e mi attaccavo al telefono.
Un tale di una consociata aveva un box con un telefono aperto. Non ho mai osato chiedere quanto pagassero di bolletta…
In quei tempi la mia vittima telefonica preferita era Chiara, una ragazzotta che conoscevo dalle elementari, con cui mi piaceva discutere del più e del meno. Del resto riusciva a sopportarmi anche per un paio d’ore al giorno. Anche Paola Sciacquina si difendeva bene: dopo Chiara era il migliore paio di orecchie che avessi a disposizione. Stavo bene.
Anche se non scopavo.
Una donna mi mancava e dovevo rimediare…
A quel punto mi ci misi di buzzo buono. Una donna sarebbe saltata fuori, mi dissi.
E, poco dopo, la trovai.
Stavo tornando in albergo, dopo aver fatto un giro dei bar. Al lavoro era andato tutto bene, ma avevo voglia di svagarmi un po’.
Un autostoppista sulla strada.
Non sembrava messo molto bene. Gli diedi un passaggio. Si chiamava Rocco ed era del posto. Dopo poche chiacchere gli feci capire che non conoscevo ancora nessuno e che avevo bisogno di una donna. Lui mi disse:
– Non te preoccupare. –
Non mi preoccupai e ci demmo appuntamento per quella sera stessa, per andare a fare un giro in una discoteca del luogo.
Le discoteche intorno a Cassino sono o semplici bugigattoli per contadini o meravigliosi luoghi magici per gente granosa. Piene di figa. Scegliemmo una discoteca del primo ordine.
Pagai io. Lui non aveva il becco di un quattrino e lo mantenni per un paio di settimane. La disco era piena di gente, ma poche ragazze degne di nota. Del resto, essendo lì da poco ero ancora sulle mie. Pensavo e ripensavo a Ghislaine, in quel periodo e non potevo permettermi di lasciarmi andare con un cesso qualunque. O almeno, questo era quello che pensavo all’inizio. In altre parole, quella sera ballai, ma non combinai una bella sega, che puntualmente invece, feci in albergo.
Qualche giorno dopo Rocco si offrì di farmi conoscere una sua amica.
L’avremmo incontrata in un bar. Di solito lei andava lì a sbronzarsi. E la trovammo. Mi piacque subito: era alta quasi quanto me, con gli occhi verdi, i capelli corti e neri. Magra, con delle belle gommette di media taglia. Parlava come una deportata dalle barbare campagne siberiane, ma era simpatica. Quando le pagai un brandy anch’io le divenni molto simpatico. Si chiamava Monica ed era lesbica.
Ma questo io non lo sapevo.
Il periodo con Monica fu relativamente breve, un paio di mesi, ma molto intenso. Si andava sempre in giro, magari in quattro o cinque, al mare di notte, nei locali, dappertutto. Mi divertivo molto perché oltre a me, Rocco e Monica, venivano spesso anche due troiette amiche della prima, per allietare la compagnia.
Una sera esagerammo col bere. Volevo festeggiare il compleanno di Monica e le avevo comperato un paio di rose da un marocchino per strada, che avevo messo nel baule della macchina a noleggio. Passammo per un paio di bar e me ne scordai. L’accompagnai a casa, la baciai, riavviai il motore e prima, seconda, non ci vidi più. Avevo il cofano che copriva il parabrezza. Scesi dalla macchina e capii che avevo avuto un brutto incidente. Davanti al cofano c’era un’altra vettura, tutta sfasciata, con una ragazza piena di sangue che urlava dietro un finestrino distrutto ed un tipo che gesticolava in tutte le direzioni.
Chiesi scusa a tutti e due (che non accettarono) cercando di mantenere le distanze per non far sentire il puzzo dell’alcool, poi chiamai l’assistenza e me ne tornai in albergo.
Qualche giorno dopo io e Monica andammo ad una festa a cui non eravamo stati invitati. Lei aveva saputo che c’era una festa di compleanno o cose del genere in un certo posto e ci andammo, mescolandoci agli invitati. Io salutavo tutti come se li conoscessi da tempo. Fu bello. Mangiammo un sacco di porcherie, come salatini, patatine e amenità del genere. Lei puttaneggiava in ogni luogo di quella casa, facendomi di tanto in tanto notare delle ragazze che si sarebbe portata a letto. Riuscì persino a baciarne una, che forse conosceva davvero. Uscimmo di lì semi-sbronzi. Faceva freddo e lei mi venne vicino. Ci baciammo a lungo. Fu l’ultima volta. Mi aveva stufato.
Col tempo lasciai perdere anche Rocco. Non mi interessava più.
Nei sei mesi successivi conobbi un’altra ragazza. Si chiamava Roberta. Aveva un bel fisico, una faccia da scimmietta ed i suoi capelli puzzavano di Lasonil.
La sua classe era comunque più elevata di quella di Monica, anche se non poteva competere con lei in fatto di bellezza. Tutto sommato era comunque simpatica, anche se era giovane e non sapeva neppure baciare. Uscivamo spesso e riuscivo ad avere un dialogo perlomeno interessante. Una sera però, stanco di farmi seghe in albergo dopo un mese che uscivamo, l’attesi sotto casa e le dissi:
– Ciao. –
– Ciao. –
– Dove andiamo? –
– Andiamo a Formia? –
– Ok. Però prima ti devo chiedere una cosa: io e te scopiamo? Voglio dire, se non scopiamo possiamo continuare ad uscire come amici, visto che mi sei simpatica e ti voglio bene, ma mi devo cercare una donna per scopare perché non ce la faccio più. Hai capito? –
Lei mi guardò con espressione indecifrabile per qualche secondo, in cui fu sicuramente tentata di scendere dalla macchina e andare a casa, poi mi disse:
– Nessuno mi aveva fatto una domanda del genere e credo che nessuno me la rifarà. Si, ho voglia di scopare con te. –
Andammo a Formia.
Roberta aveva una sorella.
Io ero uscito per qualche sera con un mio collega che apprezzava il mio modo di scendere da Montecassino in macchina (una sera, all’una di notte dopo una discesa, mi disse: “Credi che ci sia qualche bar aperto a quest’ora?” “Perché?” “Voglio pagarti da bere.”).
Presentai questo tipo alla sorella di Roberta e si sposarono.
Dopo sposati mi vennero a trovare. Vidi che lei aveva una bella panzetta rotonda come un meloncino ed esclamai:
– Cazzo, ma hai un panino nel forno? –
– No. –
– Ah. –
Questo mio amico si chiama Achille. E’ l’unica persona al mondo che ad agosto, in riva al mare, sulla spiaggia con quaranta gradi all’ombra, si mette a leggere il giornale tutto vestito con giacca e cravatta. E non suda nemmeno.
Anche il periodo con Roberta finì.
Le sere solitarie le passavo un po’ al paese, un po’ nella hall dell’albergo. Bevevo abbarbicato su di uno sgabello altissimo.
Uno di quei giorni entra un tipo. Lo avevo visto sul lavoro: era un fornitore di Milano. Chiese una stanza, ma non ce n’erano. Gli proposi di venire a dormire nella mia.
Prima pensò che fossi frocio, poi acconsentì.
L’indomani sera eravamo tutti e due arrampicati sugli sgabelli. Si beveva molto: un giro tu, un giro io. Facemmo andare una bottiglia di gin. Si chiamava Giorgio. Giorgiodimilano.
Giorgiodimilano ad un certo punto mi disse:
– Cazzo, non sto più in piedi. – (Era seduto)
Vacillava sullo sgabellone.
Ci scambiammo i posti ed io presi a vacillare. Era lo sgabello.
Uscimmo in macchina per qualche sera. Rientravamo sgommando ed inchiodavamo nel cortile.
– Cos’é stato? –
Ci chiedevano tutte le sere.
– Un cane. –
Tutte le sere.
Poi lui ripartì ed io pure, dopo poco.
Ci vedemmo ancora spesso, sia a Milano che a Torino, che in Abruzzo. Ma queste sono altre storie.

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