1993 – Elisa

Quando Paolo mi chiese di uscire con lui, quella sera, acconsentii volentieri. Avrei conosciuto questa Elisa di cui mi parlava spesso.
Paolo era piccolo, tutto muscoloso ed era veramente brutto, con la sua fronte sporgente e gli occhi piccoli e ravvicinati, come quelli di un topo. A sentire lui, questa Elisa era proprio una bella ragazza, fatta come Cristo comanda.
– Ha delle belle gambe, delle belle tette. E’ solo un po’ giovane, ma che cazzo mi frega? –
A me piacevano molto le giovani.
– Come si chiama? – gli chiesi.
– Elisa. –
Era un bel nome, da contadina abruzzese. Se era veramente come diceva, mi sarebbe piaciuto conoscere questa “Elisa”.
Per me non era un grande momento. Si trattava del primo mese di naja e, per chi come me è un antimilitarista, la cosa può non essere molto piacevole.
Paolo gestiva un ristorante in un paese nei dintorni di Cuneo. Mi aveva invitato ad andare a mangiare da lui, qualche volta. Non sarebbe stato per quel giorno, comunque, in cui mi condusse da quelle parti.
Ci arrivammo in fretta, con la macchina del fratello. Non mi piaceva un granché, suo fratello. Guidava troppo male.
Il posto era molto bello. In una vallata pressoché sconosciuta si trovava un ritrovo, costruito di recente, che faceva da bar-ristorante a vantaggio (scapito?) dei villeggianti del luogo, quasi tutti alloggiati in tenda o roulotte nel vicino campeggio. Venni a sapere allora che Paolo aveva un appezzamento di terreno su cui campeggiava la gente ed aveva conosciuto Elisa in quella maniera, cioè affittando ai suoi il posto roulotte.
Una roulotte. Deve avere del grano, pensai.
Arrivammo verso sera al ritrovo. Appena entrati Paolo si mise subito a salutare un sacco di gente. Un paio di ragazze erano attraenti ed una in particolare sembrava ben disposta ad un certo tipo di attività. Elisa non c’era. Avremmo dovuto aspettare il giorno dopo. Pazienza.
Quella notte dormii da lui, in una camera dell’alberghetto. Non ricordo esattamente come fosse, ma senz’altro si trattava di una cosa normale.
Il giorno dopo, di buon’ora, mi alzai. Avevo un’erezione. Stavo pensando ad Elisa. Ancora non la conoscevo e di già mi arrapava. Mi lavai e scesi da basso. Erano tutti lì: Paolo, sua madre, suo padre e suo fratello (che uscì subito).
La colazione fu splendida e ricca (io non la faccio quasi mai e così mi sembrarono i toast imburrati e la marmellata da inzuppare nel caffelatte). Paolo mi staccò quasi con prepotenza dall’assalto che stavo conducendo verso la quarta tartina e mi pregò di seguirlo. Dovevamo andare da Elisa. Era evidente che aveva voglia di vederla. Praticamente non stava più nella pelle. Io neppure.
Raggiungemmo a piedi il ritrovo. Nel porticato che c’era lui chiese informazioni alla tipa dall’aria puttanesca del giorno prima.
– Si, l’ho vista. E’ al campetto. –
La tipa biascicò qualcosa al mio indirizzo, ma non capii e, del resto, non m’importava.
Scesi le scale con gli occhi bassi, per non inciampare negli scalini lisci del ritrovo e seguii Paolo fino al campetto. Appena ebbi realizzato una panoramica dei presenti la individuai subito: capelli neri e riccioli, due gomme così ed un sorriso splendido.
Lui le saltò addosso e le cacciò subito la lingua in bocca. Era proprio bella. Ed era anche giovane come aveva detto Paolo.
Mi presentò.
– Ciao, sono Elisa. – mi disse sorridendo in un bel modo piacevole. La sua voce era relativamente forte, rigida, ma mi piaceva. Gli occhi avevano una certa sfumatura verdastra che mi attraeva. Le piacevo. Lo avevo letto in quegli occhi.
Mentre Paolo si spupazzava la bambina sull’erba (niente di serio, troppa gente in giro) io feci il giro del campetto. Me la trovai dietro un bel momento, senza che me ne fossi accorto.
– Ehi, Anto, sei di Torino? –
– Si. –
– Anch’io, sai? Qualche volta allora ci potremmo vedere! –
Cazzo. Lo aveva detto con quella sua voce forte, guardandomi prima in alto e poi a metà, dove si trovava il mio migliore amico. Era fatta. Semplicemente, non nei tempi in cui avrei desiderato.
Quella stessa sera, dopo essermi divertito moltissimo a vedere Paolo che si slinguazzava la mia donna, tornai in quella fottuta caserma per addormentarmi con il bigolo che sembrava un martello pneumatico.
Uscii altre due volte con Paolo e non vidi mai più Elisa. Mi facevo raccontare da lui come se la sbatteva e cosa le piacesse di più. Non credo mentisse e mi eccitavo moltissimo. Era una vera troia.
La naja finì come doveva essere ed io tornai a Torino per imbarcarmi in altre storie nebbiose.
Un bel giorno Annette mi lasciò per un mio amico (una storia che potrei anche raccontare). Senza più un appoggio trovai una pollastra in Francia (Parigi, bella storia anche quella) e, nelle solitarie serate torinesi, calmavo il mio pesciolotto con movimentati assalti all’arma bianca.
Un pomeriggio, in cui stranamente mi trovavo a casa da solo, ricevetti una telefonata. Con quel vago senso di apprensione che ha sempre contraddistinto il mio rispondere al telefono, sollevai la cornetta e diedi il “pronto”.
– Ciao, sono Elisa, ti ricordi? La ragazza di Paolo. –
Se mi ricordavo? Era passato un anno e mezzo, ma la ricordavo molto bene, soprattutto “lui”. Ebbi una fitta al basso ventre e risposi che si, la ricordavo, come stava, bla bla bla.
Voleva uscire con me, per fare due chiacchiere. Ok, usciamo a fare due chiacchiere, c’è Paolo? No? Che peccato. A che ora? Andava bene per le nove. Riattaccai e guardai l’orologio: indicava le sei e trenta.
Schizzai fuori di casa come un lampo e scesi in garage. Il motore della mia fedele Coupé ruggì e mi scagliai verso il più vicino autolavaggio aperto.
Lei si fece trovare sotto casa e subito ci dirigemmo verso il centro. Poi saremmo andati in collina.
Durante la salita il motore rimaneva comunque silenzioso ed io non potevo fare a meno di apprezzarlo. Si riusciva quindi a parlare senza essere costretti ad alzare la voce. Fino a quel momento avevamo parlato del più e del meno, delle solite banalità che costituiscono la vita quotidiana di chiunque. Lei aveva la gonna, una gonna non molto corta, per la verità, ma sufficientemente arrapante. Di tanto in tanto, quando l’attenzione da dedicare alla strada si riduceva, coglievo l’occasione per dare una sbirciatina, facendo finta di rivolgermi a lei. In pratica parlavo con le sue cosce.
Conoscevo bene quella strada di collina, l’avevo percorsa innumerevoli volte da solo o con gli amici. Una decina di curve ancora e saremmo arrivati. Solo, non ce la facevo più:
– Elisa, perché mi hai telefonato? –
– Avevo voglia di vederti. –
– E Paolo? – Azzardai.
– E’ finita da un mese. –
– Ah. – feci io senza sapere esattamente dove andasse a parare – Ed ora con chi stai? –
– Con nessuno. –
– E’ per questo che mi hai cercato? –
– Senti – mi disse guardandomi negli occhi – La fame è fame. –
Arrivati sulla piazza di Superga parcheggiai la vettura accostando alla siepe, al di là della quale si poteva osservare una splendida panoramica della città. Rimanemmo lì solo per poco, in ogni caso. Mi raccontò una serie, per fortuna breve, di vicende scolastiche che stava vivendo, rendendomi solo più cosciente del fatto che avesse poco più di diciassette anni e che, da quel lato, li dimostrava tutti.
Finalmente riuscii a cambiare argomento e le proposi la discesa. Si era fatto tardi, tra una parola e l’altra. Con calma avviai quindi il motore ed iniziai ad infilare le curve della Panoramica, senza fretta. Il viaggio di ritorno lo facemmo quasi in silenzio. In questi casi, forse, è meglio così. La mia mente era un turbinio di pensieri sfocati, in cui roteavano le sue labbra, il suo volto ed il suo culo. Di tanto in tanto Elisa rompeva il silenzio per narrare qualche cosetta carina e banale su Paolo o su Rossana (una sua amica che avevo conosciuto, rischiando di morire di spavento). Non parlammo mai di qualche ipotizzabile futuro.
Fino a che non fummo sotto casa sua.
Erano le due e trenta di notte, ed io non speravo più di riuscire a concludere qualcosa, almeno per quella sera.
– Allora? –
Mi chiese, sorridendo.
– Ci vediamo domani? –
Le dissi tastando il polso.
– Si può fare. Ma intanto, se non hai sonno, perché non vieni a bere qualcosa da me? –
Questa sua richiesta mi sembrò esattamente precisa come la fame è fame. Da lei? Alle due e mezza di notte? A casa di una minorenne?
– E i tuoi? –
– Non ci sono, torneranno domenica sera. –
Salii.
Una volta in casa ci sedemmo sul divano e lei accese il televisore (Dio che cagata!). Gli chiesi del whisky e ne sorseggiai un poco.
Mi ero rotto. La presi per mano e la trascinai in camera da letto, la prima che trovai era quella dei suoi. Suo padre era un capo officina di una grossa azienda in cui io ero stato assunto. Mi faceva piacere il pensare di scoparmi sua figlia, nel suo letto.
Nel tempo che ci misi a togliere camicia e pantaloni lei era nuda. Si attaccò immediatamente alla tubazione, prima che potessi anche solo riflettere sulle sue splendide tette turgide. Era magnifica, con un culo superbo.
La chiavai di gusto.
Aveva una particolarità che la rendeva unica: la sua potta mi sembrava poco profonda, sembrava che avesse un fondo, sul quale il mio attrezzo batteva. Mi solleticava e mi eccitava allo spasmo. Giocammo per un po’, fino a che lei non lo volle da dietro. Lo spinsi in fondo, toccando con la mano il suo pube oscuro.
Era profumata come una troia. La voltai e le venni in bocca.
Restai in quella casa fino a domenica pomeriggio. Mi tolsi tutte le soddisfazioni che si possono umanamente desiderare ed alla fine ero ridotto ad uno straccio per lavare i vetri. Praticamente, quando tornai a casa, ero convinto di essere un altro.
Gli avevo chiesto a quanti anni aveva iniziato, per farlo così bene. Tredici, con un amico del padre.
Perfetto.
Per lungo tempo i miei amici continuarono a ripetermi che ero un pedofilo, soprattutto riallacciandosi alla mia avventura con Marilena. Eppure a me la cosa non dava nessun fastidio. Durò solo sei mesi limitatamente ai week-end. Fu comunque bellissimo.
Io ed Elisa andammo solo una volta al cinema, come due persone normali. Ora lei lavora in un qualche albergo e non l’ho più rivista.
Ma può darsi che un giorno il telefono squilli e lei mi ricordi che la fame è fame…

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