1993 – Firenze

Ho sempre odiato il treno, come mezzo di trasporto. Perché i treni puzzano. Soprattutto in seconda classe, dove di notte o semplicemente sulle lunghe percorrenze, le persone che viaggiano si mettono a loro agio, togliendosi le scarpe e mostrandoti, a dieci centimetri dal naso, tremendi calzini puzzolenti. E’ normale che le scarpe sformate di elementi cinquantenni vengano rifilate al di sotto della tua poltrona.
Peggio che una camera a gas.
Altre volte si percepisce l’odore di sporco di donne vecchie e grasse.
Si tratta di un odore particolare, come di formaggio andato a male. Non lo sopporto.
Però, in quei tempi, i soldi scarseggiavano. Nessuno poteva permettersi di andare a Firenze in macchina o in pullman. Unica soluzione, la seconda classe di un treno che non era merci solo di nome.
Occupammo uno scompartimento intero e, per fortuna, eravamo tutte persone pulite.
Non avevo con me molta roba, solo il necessario per qualche giorno di vacanza. Quindi, posizionai il mio bagaglio sulla griglia superiore dello scompartimento, mi sedetti sulla poltrona di finta pelle (plastica) unta da innumerevoli mani sudate ed aspettai che il viaggio cominciasse e finisse.
Il Toscano e Petit Bois erano seduti di fronte a me, con la Gianna che faceva da ala sulla porta. Io avevo vicino il Jo e Giulio, un tipo pazzo quasi quanto me.
Verso la metà del viaggio, quando la conversazione cominciava a languire, il Toscano si avventò all’improvviso su Petit Bois e lo slinguazzò per bene. Chissà poi perché.
Arrivammo alla stazione di Massa che era già notte. Cazzo, il mio bagaglio era piccolo, ma dopo poche decine di metri già cominciavo a pensare che i cinque chilometri, che ci separavano dalla casa del Toscano, sarebbero stati eterni. Camminavamo in fila indiana sul ciglio della strada, con i nostri zaini in spalla ed ogni volta che udivamo il rumore del motore di un’auto qualcuno di noi alzava il pollice, come se avessimo potuto trovare qualcuno che ne avrebbe caricati 6 in una volta sola…
Un tale con una Lambretta, sui cinquanta, completamente fucilato dall’alcool, ci sorpassò prima di un incrocio. Aveva il motore imballato, in prima. Lo stava fondendo, ma non se ne rendeva conto. Credo che non sia riuscito a sopravvivere alla nottata. Ancora qualche centinaio di metri, poi un’altra autovettura. Gianna alzò il pollice, senza voltarsi. Quello inchiodò come un pazzo.
– Uehi! Salite! Dove cazzo state andando? –
Qui, là, su e giù. Ci caricò tutti e sei, zaini e fazzoletti. L’auto, una centotrentuno bianca, puzzava di fumo e di alcool. Il tipo era sbronzo come un bastardo. Guidava come un pazzo, descrivendoci il paesaggio che non vedevamo con ampi gesti delle braccia. La macchina oscillava ed i fari illuminavano per un poco un ciglio e per un poco l’altro della strada. Piccole scaglie di pirite rilucevano sull’asfalto, perdute dai camion delle miniere della zona. La strada sembrava lastricata d’oro e avrebbe anche potuto portarci all’inferno.
Jo era mezzo andato: prese a rollare con il suo zaino all’altezza della faccia. Le sue mani non si vedevano neppure. Alla fine, dopo due o tre curve in cui pregai come non ero mai riuscito a fare prima (stupendomi di come una vettura con sette persone sopra potesse ancora tenere la strada così bene), mi feci un paio di tiri, così arrabbiati che per un attimo mi parve di vedere la cavalcata delle Valchirie in prima TV.
Finalmente la strada che dovevamo percorrere finì ed il tipo, con molta gentilezza, ebbe la compiacenza di inchiodare le gomme e fermare la scheggia. Calammo barcollanti, per il fumo, la paura e la stanchezza di quel viaggio del cazzo. Mi stavo divertendo un mondo.

Il Toscano aveva 40 grammi di fumo nelle mutande. Sembrava che avesse tre palle. Seduto sul divano in casa di sua nonna si sbottonò i blue jeans ed estrasse la merce. Roba buona. Per una settimana ci avrebbe tirato su il morale.
Sua nonna entrò proprio mentre stava togliendo l’enorme pacco di fumo dal cellophane e gli disse:
– Oh che tu fai, Fabrizio! Ancora tu fumi quella roba? Io te l’ho detto che tu sei un bravo ragazzo, ma sei un po’ scemo… – più o meno.
La prima notte dormimmo insieme Petit Bois, Giulio ed io. Cominciammo a scorreggiare verso sera ed andammo avanti per un bel po’. Entrarono all’improvviso il Toscano Gianna e Jo, per darci la buona notte: li vidi barcollare sulla porta. Se ne andarono subito.
Il giorno dopo decidemmo di andare a Firenze (non ho ancora detto che si trattava di una gita scolastica). Ci arrivammo in autobus. Su di questo autobus Gianna (la nostra profia di italiano) conobbe un tipo. Ci invitò tutti a casa sua. Tanto lui stava con la zia, che ora non c’era. Ci andammo e per tre giorni vivemmo lì.
Roberto, questo era il nome del tipo aveva il pregio di non rompere il cazzo. Stava fuori tutto il giorno e si accontentava di quello che gli facevamo trovare da mangiare la sera. Aveva una donna stupenda, che faceva la fotomodella, ma non abbiamo mai capito che cosa facesse lui.
Una sera fumammo anche insieme.

Il Toscano aveva delle amicizie a Firenze. Così, una sera in cui avevo bevuto troppo, mi ritrovai in una casa di chi non so, tra gente che non conoscevo a bere ancora di più e fumare come un pazzo.
Ricordo ancora che sul piatto girava Bob Dylan, spesso con lo stesso pezzo: Mr Tambourine.
Gianna era svaccata in uno stato di coma profondo su di un divano, mentre vicino a lei un tipo maneggiava la figa di una biondina dall’aria provocante. Fabrizio e gli altri erano spariti, ma tanto in quella casa il via vai era continuo e nessuno si preoccupava di cosa facesse la gente o di chi ci fosse.
Verso le due di notte mi addormentai, per risvegliarmi un’ora dopo con una bella ragazza accasciata sulle mie ginocchia. La guardai e lei mi disse:
– Ti do fastidio? –
– No. – Le risposi.
– Mi baci, per favore? –
La baciai. Poi mi riaddormentai.
Alle cinque della mattina mi risvegliai e lei non c’era più.
Ci riorganizzammo ed uscimmo per andare a comperare brioches al Forno. Calde e buone, piene di crema gialla come il sole.
Prossima tappa Siena.
Immagino sia stupenda. Mi addormentai sulla piazza principale, senza ritegno e non vidi un granché.
Nel viaggio di ritorno Giulio ed io organizzammo delle scenette divertenti. Stavamo allora seguendo dei corsi di teatro, che ci tornarono molto utili…
In uno degli scompartimenti giulio ed io ci sedemmo di fronte. Io facevo il pazzo, avvitando l’aria ogni tanto con le mani, come per spremere un’arancia e Giulio il frocio. Una donna che era lì, dopo poco uscì.
Entrò un’altra donna.
Poi il Jo.
Egli estrasse da una borsa di plastica un’intera forma di formaggio pecorino che cominciò a tagliare con un grosso coltello ricurvo. Insistette per offrirne a tutti. Io feci finta di rifiutare ed il Jo mimò l’atto di tagliarmi la faccia. Ne offrì anche alla signora che accettò e poco dopo si dileguò.
Cambiammo gioco.
Giulio ed io cominciammo a percorre i corridoi del treno con una bottiglia d’acqua, cambiando sempre il modo di portarla:
in mano, una a testa, nelle tasche dei blue jeans, in due a mo’ di lettiga, infilate nei pantaloni, sulle spalle, tenute con i denti per il tappo…
Ed arrivammo a Torino, dopo aver fumato un’ultima volta nel cesso di un vagone, tutti insieme.

Il giorno dopo, a scuola, avevo mal di testa.

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