1993 – Ghislaine

Era giovedì pomeriggio e stavo praticamente dormendo. Quello che stavo facendo doveva essere lavoro. Mi trovavo in una scuola, dove per di più mi pagavano per imparare. Tutto sommato mi stavo solo annoiando. Un sacco di gente si muoveva intorno a me, senza sapere bene in che cosa si era lasciata coinvolgere. Alcuni, poi, riuscivano persino ad entusiasmarsi per ciò che gli veniva insegnato. Li compativo. Il monitor di computer davanti a me mostrava i suoi colori, ma non mi fregava nulla di quello che stavo facendo. Sandro mi stava guardando. Era un bravo ragazzo, Sandro. Non sembrava come tutti gli altri. Pareva che avesse dei problemi, non so esattamente di quale genere, ma non stava bene. Era uno, l’unico che avessi mai conosciuto, che scopava la sua donna sulla 112, seduto al posto di guida, con lei appoggiata al volante. Non ho mai capito come ci riuscisse, anche considerando che era un filo più alto di me.
– Ehi, Anto, c’é qualcosa che non va? – mi disse. Era uno dei pochi che riuscisse ad essermi simpatico anche se si stava interessando dei fatti miei.
– Più o meno… –
– Cioè? –
Non sapevo esattamente cosa rispondergli. Avevo in testa qualcosa che girava, mi rimbalzava contro le pareti del cranio e pareva non volesse acquisire una forma visibile. decisi di tagliare corto:
– Non vorrei passare un’altra domenica come le altre. Sono un po’ giù, in questo periodo. –
Era un sentimentale. Se la stava prendendo a cuore.
– Ma che cazzo vai dicendo? Possiamo uscire insieme, con Massimo. Andiamo in collina, ci facciamo due canne, ci sbronziamo e ridiamo come dei coglioni fino a lunedì! –
– Non é così semplice. Sto pensando a Ghislaine. –
– E chi sarebbe? –
– Quella francese che ho conosciuto quest’estate. Te ne ho parlato… –
– Ma stai ancora pensando a lei? –
Era tipico, per lui, non riuscire a considerare il rapporto con una donna diverso dall’andarci a letto (a sedile). Non me ne curai.
– Proprio lei. –
– Hai dei soldi? –
– Che vuoi dire? –
– Vai su. Se non puoi vivere, valla a trovare. –
Lo guardai e cercai di capire se stesse scherzando. Non stava scherzando. Mi dissi: che ho da perdere? Al massimo mi diverto un po’.
Durante la giornata continuai a riflettere su quanto Sandro mi aveva consigliato. Pensai intensamente a Ghislaine, pensai ad Antonello che aveva condiviso con me il prologo di quell’avventura e ripensai ad Anna. E Parigi?
Cazzo, Parigi!
Con la mente mi immaginai certe case vecchie, certi palazzi, i muri scrostati come ne avevo visti disegnati da decine di fumettari francesi. Si. Lo dovevo fare.
Il giorno dopo arrivai al lavoro con in macchina l’occorrente per il viaggio.
Entrai nell’aula in evidente stato euforico. Stavo bene e sarei partito quella sera. Sandro mi vide e mi chiese:
– Come va? –
Pensai che non si ricordasse più quanto avevo affermato il giorno prima.
– Appena esco di qui vado su. –
Lo dissi bene. Non volevo pensasse che stavo scherzando.
– Cazzo. Conosci la strada? –
– No, ma Parigi… La troverò. –
– Sei pazzo. – Mi disse.
Poi ci ripensò e aggiunse: – Auguri. –
Per la sua semplicità lo apprezzai molto.
La giornata passò come la precedente, con l’unica variante che più si avvicinava l’orario di uscita e più i minuti parevano diventare eterni.
Esattamente alle 17.00 schizzai fuori dal portone della scuola e volai in macchina. Avviai il motore e partii con calma, per dargli tempo di scaldarsi. Avrei dovuto fare molta strada.
Una strada che non conoscevo. Imboccai la statale per Aosta e mi dissi: dopo il “Bianco” trovo la Francia. Quando sono lì, cerco Parigi.
Facendola breve mi ritrovai a circa cento chilometri dopo il confine, con un quarto di benzina nel serbatoio, su di una provinciale oscura e senza indicazioni.
Un paio di ragazzi stavano spingendo una 500 bianca al lato della strada. Parevano senza benzina. Mi fermai. Mi guardarono come se non avessero mai visto un pazzo in carne ed ossa prima di allora. Cercai di fargli capire che dovevo assolutamente andare a Parigi e che non sapevo quale strada fare. Si convinsero che ero pazzo. Mi spiegarono che avrei dovuto fare l’autostrada. Gli risposi che non avevo i soldi. Mi dissero che sarei arrivato fra due giorni, di statale. Gli spiegai che avevo una macchina veloce. Mi dissero che sarei dovuto andare per Lione. Salutai e partii facendo fumare le gomme. Se immaginavano gli italiani così, allora li volevo accontentare fino in fondo.
Viaggiai parecchie ore, a velocità sostenuta. Le strade erano belle, tutto sommato, permettendomi di mantenere una buona media nonostante le curve. Cercavo di non perdere d’occhio i cartelli con la scritta LYON, quei pochi che c’erano e ci riuscii.
Da Lione a Parigi fu un incubo. Mi persi diverse volte, nei piccoli paesi. Avevo sonno, fumavo come un turco e mi faceva male la schiena. Stavo guidando da dodici ore.

Finalmente infilai Rue Belleville.
Trovai un posto per parcheggiare e lo feci come meglio potevo, considerando la stanchezza e l’ora tarda della notte. L’aria era molto fredda e mi aiutava a stare sveglio. Estrassi dal baule quello che mi necessitava ed entrai nell’androne. Era proprio un bel posto, dove stava Ghislaine. Si trattava della casa in cui era nata Edit Piafh. Feci le due rampe di scale e bussai delicatamente alla porta. Per poco non successe nulla, poi udii dei rumori soffocati provenire da dentro il minuscolo appartamento. Lei mi venne ad aprire: quello che tenevo in mano quasi mi cadde.
Aveva indosso solo un kimono nero, che faceva risaltare ancor più i suoi lineamenti orientali e degli slip di raso grigio. I capelli castani le scivolavano lunghissimi sulle spalle, scossi dalla sua mano che stropicciava gli occhi. Era semplicemente bellissima.
Mi guardò assonnata, ma felice e mi abbracciò veramente forte. Poi, giustamente, scoppiò a piangere e mi fece entrare.
La mattina dopo scesi in strada per ricollocare meglio la vettura e trovai un vetro rotto. Pazienza, si trattava solo di un deflettore.
Girai per Parigi con Ghislaine ed ella mi fece vedere alcune cose veramente interessanti. Anche se a dire la verità, era tutto, interessante.
Ero anche fiero di stare con lei. La gente per strada ci guardava.
Quella sera mangiammo in un locale di Rue Belleville. Un ristorante vietnamita. Il padre di Ghislaine era vietnamita.
Era bellissimo stare lì. Con la mente fu facile confondere apposta il fatto di essere a Parigi e pensai sul serio di essere in Oriente.
Tornando a casa mi accorsi che avevamo bevuto un bel po’. Lei si appoggiava a me per restare in piedi ed io pure barcollavo. Salimmo su per tutte le scale che c’erano ed entrammo.
Mi disse che potevamo anche fare l’amore.
Per la prima volta feci quindi l’amore con Ghislaine e fu bellissimo.
L’unica cosa che ricordo con un certo che di disgusto fu il rumore che fece il fazzoletto pieno di sperma, con cui ci pulimmo alla fine, quando cadde dal letto sulla mouquette: ploff.

Il giorno dopo ripartivo all’una.
Ci salutammo in maniera meravigliosa e mi resi conto, in quel momento, che al quel weekend ne sarebbero seguiti molti altri.

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