1993 – Il muro del ponte

Quella sera faceva veramente freddo. Non possedevo una giacca invernale, o un “piumino”, ma solo un giaccone alla marinara di lana blu. Era fantastico. Se sotto mettevi una bella maglia pesante il freddo non lo sentivi quasi. O, comunque, dovevi ricorrere ad una piccola dose di alcool. I pantaloni di rito erano rigorosamente blue jeans, possibilmente consunti dall’uso, resi semirigidi dai rari lavaggi. Scarpe da ginnastica Adidas Tampico (eccezionali con la neve, quelle poche volte che l’ho vista) e una coppoletta granata, di lana da due soldi, completavano il mio look generale. O, beh, mi piacevo a quel modo.
Anche quella sera, come molte altre, saremmo andati in Piola. Un bel posto, dove potevi sbronzarti insieme a dei vecchi pensionati semi alcolizzati e scambiare due chiacchiere sul mondo che ti circondava.
Abbiamo passato parecchie ore, là dentro. Era gestita da una famiglia di disadattati sociali. Erano tutti fuori, ma più degli altri un tipo alto, enorme, pareva Lerch della fam. Addams. Una volta mi aveva beccato a pisciare nel dehor, mi aveva preso per un orecchio e trascinatomi fino ad una latrina disgustosa sulla cui porta c’era scritto a mano “CESSO”.
Mi aveva chiesto:
– Cosa c’è scritto lì? –
– Cesso. –
– Ok, sei sveglio. Da ora cerca di pisciare solo lì, che la gente non deve sentire la puzza di piscio, in questo locale. –
Gli mancavano dei denti, ma era veramente grosso, con un catenaccio per le chiavi sempre appeso alla cintura di cuoio dei pantaloni. Gli assicurai che avrei pisciato nel cesso, da quel momento.
Arrivammo in Piola con l’autobus. Dio, come odiavo quel mezzo! Purtroppo allora non avevo i soldi per acquistare un’auto e così…
Andrea teneva sottobraccio i miei ex libri. Li avevo persi quel pomeriggio, giocando a scacchi con lui. Giocavamo spesso a scacchi, quasi tutti i giorni. Io ho tenuto puntigliosamente un registro delle partite giocate ed egli ha sempre avuto un vantaggio su di me di una decina di partite su quasi cinquecento disputate. All’inizio dei nostri scontri, però, le regole erano poco chiare e perdevo come un fesso. In ogni caso non riuscii più a recuperare le gare perdute.
Erano volumetti economici di fantascienza. Ho divorato milioni di parole scritte sull’argomento. Dio, da fesso!
La cosa mi bruciava. Per diversi motivi.
Innanzi tutto perché avrei potuto vincere, se mi fossi concentrato. Quando mi concentravo Andrea aveva poche speranze, come tutti gli altri con cui ho giocato. In secondo luogo per il fatto puro e semplice che Andrea ed io, il buon vecchio Andrea, siamo sempre stati in competizione. Una sfida di cui nessuno dei due potrebbe datare la nascita, fatto sta che la necessità era reale.
E quella volta io avevo perduto. Seduto sul sedile di fòrmica dell’autobus osservavo di sottecchi le copertine colorate di quei libri, sapendo che non sarebbero più stati miei. Se ancora avessimo giocato scommettendo egli avrebbe potuto perdere tutto, anche il culo, pur di non rimettere più in palio quei libri.
Jo ci aspettava davanti alla porta d’ingresso. I vetri erano tutti appannati e mi davano una sensazione di calore. Anche lui aveva freddo: si stringeva nel suo giaccone (molto simile al mio) e si fregava le mani. Ci salutammo. Andrea aveva un sorriso di soddisfazione che era più grande della faccia. Pazienza. Ci sarebbe stata un’altra occasione.
Una volta entrati ci sedemmo in uno dei tavoli della seconda sala, quella più grande. C’erano già un sacco di vecchi. Mi spogliai del giaccone e notai che Andrea aveva appoggiato il suo sul tavolo (incurante del fatto che non fosse molto pulito) e gli aveva premuto sopra i miei libri. Jo ebbe la malaugurata occasione di vederli (naturalmente) e chiese da dove venissero. Andrea glielo disse ed io mi incazzai come una belva (mentalmente).
Cominciammo in ogni caso a parlare del più e del meno. Il nostro argomento preferito erano le donne.
Il vino arrivò presto, contenuto in un bottiglione da due litri. Frizzantino fatto con le polverine. Accompagnammo una sacrosanta bevuta con un quintale di noccioline americane dell’anteguerra. Erano eccezionali. Ti prendevano allo stomaco, come una morsa.
Ad un certo punto dei vecchi si misero a parlare ad alta voce e noi non potemmo fare a meno di sentirli. Si trattava di una donna (grassa, senza un paio di denti davanti) e di due uomini. Uno di questi aveva già il piede nella fossa. La donna si lamentava che uno degli uomini, probabilmente suo marito, non era capace a cagare come si deve. E più o meno disse:
– Mi sono rotta le balle di pulire il cesso che sporchi tu. Caghi sempre fuori dal buco ed una volta ho persino trovato della merda sulle mattonelle a metà del muro. L’amministratore mi fa una testa così. La devi finire, altrimenti vado a casa, prendo un cacciavite e te lo ficco nella pancia. –
Sperai che continuasse, ma la discussione era pressoché finita lì.
Jo invece attaccò un pistolotto dei suoi sulla venuta dell’Anticristo. E’ sempre stato ossessionato da quest’idea. A freddo non mi sento di dargli torto, anche se devo riconoscere che la sua era una vera e propria fissazione. Spesso ci gonfiava di informazioni ricavate dalla Bibbia (tal passo, tratto dall’Apocalisse, tal versetto tratto dal Vecchio Testamento e così via) o da semplici giornali.
– Può essere già nato, in qualche parte del mondo. Noi non lo sappiamo, ma sta crescendo. E quando avrà i mezzi per dominare il mondo sarà la fine. Si presenterà come uomo d’affari, o come personalità politica importante di qualche Stato, bla bla bla… –
Noi dicevamo si, che poteva essere, ma che non era il caso di crearsi delle paranoie.
– Non sono paranoie. – insisteva – Ho fatto dei sogni, deve essere così… – e continuava.
I nostri discorsi vertevano su tutto. Più bevevamo e più avevamo la certezza di riuscire ad individuare i veri motori del mondo. Dopo la prima bottiglia ne arrivò un’altra e bevetti, in quei piccoli bicchieri di vetro da due soldi, fino a che le parole non iniziarono a uscirmi impastate dalla bocca. Questo mi ha sempre dato un certo fastidio. Quando bevo mi sento in grado di fare delle cose eccelse, se non fosse che gli altri, il più delle volte me lo impediscono. Quando sono allegro, o totalmente ubriaco, è meglio dire così, gli occhi mi diventano rossi e bruciano, le parole fanno fatica ad uscire, anche se i pensieri nella mente si formano correttamente, ed ho la tendenza a parlare ad alta voce.
Andrea beveva poco, come al solito, mentre Jo ci dava dentro per tenermi conforto. Non sono mai entrato in competizione con lui, in questo campo, ma devo ammettere che se la cavava, anche se non era al mio livello o a quello del Don.
Il tempo passò abbastanza in fretta ed il vino finì. Non avevamo voglia di bere ancora, per non trasformare anche quella serata in un bel secchio party. Decidemmo di andare a prendere un po’ d’aria sul lungo fiume, come facevamo spesso. Con tutto quell’alcool addosso il freddo sembrava appartenere ad un altro tempo. Uscimmo quindi dopo aver esborsato svariati milioni di denari agli aguzzini della locanda, come ci pareva di aver fatto, con i giacconi aperti per esporre meglio i nostri polmoni alle insidie di bronchiti, pleuriti ed altri malanni del genere. Ero contento di avere la coppoletta, fedele straccetto di lana, sulla testa, seppure ero solito portare i capelli ad una lunghezza abbastanza importante.
Il lungo fiume era un luogo magico. Vi era ancora lo zoo, quando noi frequentavamo la passeggiata che va da un ponte all’altro del Po. Non che ce ne siano solo due, ma per noi era come se fosse così. Era il nostro luogo di meditazione. L’alcool finalmente agiva ad ogni livello, le idee erano state liberate e mancavano solo sintesi e conati di vomito contro i muri.
Un’altra delle regole tacite (ed obbligatoriamente necessarie) era costituita dalla pisciata, sana, robusta, con il membro che sventolava a causa di perdite d’equilibrio, con la testa volta verso il basso per cercare di limitare i danni alle scarpe.
Spesso il nostro principale divertimento consisteva nell’attaccarsi disperatamente a sbarre ed anelli di un gruppo di attrezzi per bambini, in cui potevamo dimostrare le nostre capacità ginniche sotto gli effetti dell’alcool.
Flessioni, stiramenti con le braccia ed altre amenità del genere.
La gente che passava ci guardava come se avesse visto dei drogati all’ultimo stadio che si sparavano una spada nel braccio sotto gli occhi del loro figlio più piccolo.
Mai nessuno chiamò la polizia.
In fondo eravamo dei bravi ragazzi, un po’ bevuti, che si divertivano senza urlare troppo e senza dare nell’occhio più di tanto. Una volta il Don si fece una passeggiata sulle macchine posteggiate ed un’altra io ed il Jo trascinammo una 500 in mezzo alla strada, ma erano piccolezze.
Il nostro sogno era quello di rubare un autobus. Gli autobus della linea 75 erano splendidi. Furono i primi ad essere dotati del nuovo cambio automatico a tre marce, con convertitore di coppia idraulico. Sembravano delle formula uno. Con 270 cavalli schizzavano via ai semafori sbalzando la gente dai sedili. Se eri fortunato alla sera poteva capitarti il cocchiere pazzo, quello che affrontava le curve in pieno e dovevi abbrancare le sbarre plastificate (molto più calde dei soliti tubi di alluminio) con tutte le tue forze per non finire lungo disteso attraverso il corridoio di dieci metri, lastricato di un fetido linoleum a pallini in rilievo.
Avevamo pianificato tutto: il capolinea era lì vicino. I cocchieri scendevano sempre per pisciare o fumarsi una sigaretta. Avremmo solo dovuto salire, chiudere le porte pneumatiche ed avviare il motore. Poi, via in panoramica.
Ma non sarebbe stato per quella sera. Perché si preannunciava diversa dalle altre, visto che senza rendercene conto avevamo oltrepassato le attrezzature ginniche ed in particolare, il nostro consueto limite del ponte della Gran Madre. Non ricordo esattamente per quale motivo eravamo arrivati fino lì. Forse perché Jo era trasceso in una delle sue visioni mistiche ed aveva iniziato a parlare del Sacro Graal. Secondo quanto emerse dai discorsi di quella sera le informazioni più attendibili lo collocherebbero al centro della confluenza degli sguardi degli angeli che stanno sulla Gran Madre. Peccato che convergano a nove metri sul livello del fiume.
Scendemmo sul lungo Po, al di qua dei Murazzi. Allora si fumava ancora poco, era una cosa semi sconosciuta, quasi quanto il sesso. Un tossico, comunque, che se ne sbatteva di noi e di tutto, stava tranquillamente sciogliendo la sua dose sul classico cucchiaino. Non aveva altro che un Bic, ma ci metteva tutto l’impegno necessario e ce l’avrebbe fatta prima dell’alba.
Io osservavo sempre con una punta di amarezza i miei libri sotto la manica di Andrea. Pensai di gettarlo in acqua e di salvarlo, in modo da farmi ricompensare con quelli, ma scartai l’idea perché li avrebbe senz’altro trascinati con se e si sarebbero bagnati. Poi, vidi il muro.
Eravamo sul selciato del lungo Po, con le mani in tasca e tanto freddo. Il muro era dritto e alto, una dozzina di metri, calcolai. Le pietre erano disposte bene ed intercalate da una scanalatura di circa cinque centimetri per tre di profondità. L’idea mi balenò in mente in un attimo.
– Secondo me, si può salire fino in cima, così, senza niente. –
Jo guardò il muro senza capire bene. Andrea no. Era assorto nei suoi pensieri.
– No. E’ troppo liscio. –
– Scherzi? – insistetti tastando con le mani le scanalature tra le pietre.
Finalmente intervenne Andrea.
– Non ce la puoi fare. –
Lo aveva detto. Calmo, compassato, aveva fatto la sua affermazione, aveva emesso il suo verdetto. Lo avevo fregato.
– Scommettiamo? –
– Si. –
– I miei libri. –
– Ok. Se non ce la fai o se crepi sono miei. –
– Sono già tuoi, per adesso. –
Saggiai ancora le condizioni della pietra. Mi sembrava facile. Era solo troppo alto, ma io non ho mai sofferto di vertigini.
– Faccio una prova. – dissi, issandomi per circa un paio di metri.
– Sono già miei, Andrea. – dissi. – Ora vado. –
Presi a salire. Mi ero riallacciato meglio le scarpe, le mie gloriose Adidas. La loro suola mi consentiva un facile appoggio. Le dita le avevo forti e la pietra non era neppure scivolosa. Si, ce l’avrei fatta. Quasi verso la cima cercai di guardare in basso.
Mi resi conto che la cosa si sarebbe dimostrata più difficile del previsto: causa la mia vicinanza al muro stesso non riuscivo ad aver un grande angolo di torsione. Tuttavia, mi bastò gettare un’occhiata per capire che ero pazzo. Sopra di me un paio di metri da scalare, sotto circa una decina di metri mi separavano dall’asfalto. Vedevo Jo ed Andrea già più piccoli, con i loro menti all’insù. Non ansimavo neppure. Non ero sotto sforzo. Scherzai:
– Ehi, ragazzi, mettevi sotto, che se cado, magari mi spacco un paio di braccia e due o tre gambe, ma non crepo. –
Jo, stranamente, si mise in traiettoria. Pensava davvero che sarei caduto e che se mi avrebbe fermato. Buona pasta, il Jo. Solo che non ce l’avrebbe fatta. Al massimo avrei schiacciato anche lui. Ripresi a salire e percorsi un altro paio di metri. Fino al cornicione.
Fottuto stramaledettissimo cazzo di cornicione! Non riuscivo più a salire. Era troppo in fuori, circa trenta centimetri. Alto una ventina mi impediva di afferrarmi a ciò che stava sopra. Per poter avanzare avrei dovuto sporgermi troppo verso l’esterno e fare una curva con il corpo. Non ce l’avrei fatta con le dita, sarei scivolato se avessi provato.
– Ehi! – mi chiamò Andrea. – Hai vinto, lascia perdere. –
– No. – dissi maledicendomi. Dovevo farcela, anche se mi sarebbe costato un paio di mutande.
Ero in bilico, tenuto con le dita di sopra, che garantivano la stabilità e con i piedi sotto che garantivano l’appoggio. Saggiai con una mano il cornicione e lo trovai lordo di merda di piccione. Quella roba mi avrebbe fatto scivolare, mi ripetevo. Mi issai di un po’, tanto da vedere cosa c’era al di sopra del cornicione e mi sentii mancare: finiva la pietra a scalini e iniziava il muretto. Solo che era di granito liscio.
Ce la devo fare, mi dissi. Ripensai a certe cose belle della mia vita passata fino a quel momento ed a quanto ero stato stupido. Mi stavo per fregare. Non ci sarei mai riuscito. Se solo avessi provato ad oltrepassare il cornicione non avrei più potuto tornare indietro. Ma ci provai. Venti centimetri ed ero con una mano sopra. Saggiai la tenuta e per poco non volai giù, ma non lo diedi a vedere. Guardai un’altra volte verso il basso e dissi:
– E’ alto, di qui. Se cagassi vi beccherei in pieno, sapete? –
Poi provai a tirare su l’altra mano. Era fatta. Non potevo più mollare. Il mio corpo era flesso, faceva una gobba. I piedi toccavano appena ed il cornicione mi premeva sulla pancia. La testa l’avevo appoggiata al muretto, più avanti possibile, per non essere sbilanciato all’indietro. Strisciando la guancia sul granito guardai in su: un’ottantina di centimetri, si e no. La lunghezza del braccio o poco più. Dovevo farcela o sarei caduto. Mi sentii scivolare, poco alla volta un piede stava perdendo l’appoggio. Allora cercai di issarmi. Non sarei riuscito ad appoggiare un ginocchio sul cornicione, perché toccavo con il corpo. Staccai i piedi e ci diedi dentro di braccia. Poi mi issai, tremando dallo sforzo. I piedi penzolavano nel vuoto ed ero appoggiato solo sulle braccia tese. Non facevo una grande fatica perché pesavo sulle ossa, ma non sarei riuscito a stare così per molto. Prima o poi i muscoli che tremavano avrebbero ceduto e sarei volato. Paff.
Uno sguardo fuggevole, staccai una mano alla cieca e mi stirai: avevo afferrato la cima del muretto. Solo che la pietra era liscia e curva. Oh cazzo! Era fatta. Sulla tomba scrivete: ci aveva provato. Un dito, poi l’altro, poi i calli delle giunture della mano. Dio, non mollare, Anto. Ce la faccio, dicevo.
La mano non mollava. Era secca ed aveva una presa perfetta sul granito. Era una questione di attrito. Più appesantivo quella mano, più teneva. Scaricai anche l’altra e la portai vicino alla prima. L’uccello era schiacciato contro il cornicione e le gambe fluttuavano nel vuoto. Migliorai di poco la presa e schiacciando la faccia contro la parete granulosa provai a ritrarre un ginocchio.
Appena sfiorò il cornicione sapevo che ce l’avrei fatta.
Udii delle voci concitate, provenienti da sotto. Ma non ci pensai. Ero su. Guardai oltre il muretto e vidi la strada, il grosso slargo in cui vi è una splendida curva, le macchine. Un passante mi vide uscire da dietro il muretto del ponte e mi guardò come se avesse visto un fantasma. Non ci credeva che fossi venuto da lì dietro, dove sapeva esserci il vuoto. Ma io ce l’avevo fatta e me ne sbattevo di lui e di tutto il resto.
Jo ed Andrea arrivarono poco dopo. Andrea non parlò e mi consegnò solo i libri. Uno sguardo particolare nei suoi occhi diceva:
– Tu sei pazzo, ma questi te li sei meritati. Bravo. –
– Ok, ragazzi, è ora che si vada a casa. – dissi.
– Per questa sera ne ho le palle piene. –

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