1993 – Il viaggio

Me ne stavo quasi in disparte, anche se ero con i miei amici, nel locale che preferivo. Perché ero triste.
Per quindici giorni avevo fumato. Come un animale.
Annina mi aveva lasciato, in un modo brutto.
Certe sere stavo davanti alla porta dell’ascensore per dieci, quindici minuti, prima di capire che la cabina era arrivata e che potevo salire. I semafori, in macchina, mi sembravano eterni. La sera spesso finivo al Corvo Rosso, con gli occhi gonfi come giubbotti salvagente, mezzo stonato. Laura mi conosceva e sapeva che c’era qualcosa che non andava. Non mi ha mai detto nulla. Non davo fastidio.
Quella sera era solo di un poco diversa dalle ultime altre. Avevo solo bevuto. Un bel po’, ma non era ancora ubriaco. Nella compagnia c’era qualche volto nuovo, qualcuno che non conoscevo. Non m’importava.
Avevo deciso di cambiare. Di cambiare tutto me stesso. Ho sempre pensato che si arriva ad un certo punto nella vita (e ce ne possono essere molti, di questi punti) in cui bisogna tracciare una linea e cambiare atteggiamento. Avevo delle colpe da espiare e dovevo farlo in fretta.
Non mi piacevo più.
Qualcuno mi chiese dove avrei passato le ferie.
– In Spagna. Vado in Spagna. –
– Da solo? – Mi chiese qualcuno.
– Si. Ci vado da solo. –
– Con la tua macchina? –
– Con la mia macchina. –
I discorsi che mi riguardavano erano già finiti. Mi immersi nella concentrazione necessaria a sollevare il boccale di birra, bere e posarlo senza romperlo (mi tremavano le mani). Svariate immagini degli ultimi giorni mi tornavano alla mente, ma le scacciavo. Era una storia finita, mi dicevo. Ero stato io lo stupido (come diavolo avevo fatto a non accorgermi di nulla?). Ok, dovevo crescere in fretta.
Qualcuno mi toccò la spalla. Mi voltai e non lo riconobbi.
Chi cazzo era quello?
– Ehi scusa, posso chiederti una cosa? –
Mio Dio! Mi chiede scusa! Uno che chiede scusa a me, quello che si è fatto soffiare la ragazza da uno che gli ricordava almeno una volta al giorno che non bisogna mai chiedere scusa e non bisogna mai dire grazie.
Volevo essere gentile, lui non c’entrava.
– Si, dimmi. –
– E’ vero che vai in Spagna da solo? –
– Si. –
– Posso venire con te? –
Lo guardai meglio. Proprio non lo conoscevo. Aveva una faccia simpatica, Soprattutto aveva gli occhi di uno che non ti frega.
– Come ti chiami? –
– Antonello. –
– Si. Puoi venire con me. –
– Quando? –
– Parto il giorno uno. E’ sabato. Alle quattro. Dimmi dove abiti. Io passo sotto casa tua e tu ti fai trovare con i bagagli. Se ci sei bene, altrimenti me ne vado. –
Poco dopo me ne andai.
La cosa, tutto sommato mi faceva piacere.
Rividi Antonello qualche giorno dopo. Avevo piantato lì di fumare, almeno in quei giorni. Mi stavo concentrando per il viaggio e stavo preparando la macchina (la batmobile, la chiamava qualcuno). Andava bene, ma volevo essere sicuro che avrebbe sopportato i cinquemila chilometri previsti senza problemi.
Man mano che il tempo passava ero sempre meno teso. L’avventura passata da poco mi tornava sempre in mente, con dei piccoli flash. Ma ero contento di dover partire, di dover andare lontano, per poter pensare, riflettere e cambiare.
Alle quattro meno dieci di sabato accendevo il motore della Coupè ed alle quattro precise passavo sotto casa di Antonello. Era lì, con due borsoni attaccati alle mani.
Lo salutai, caricammo la sua roba nel bagagliaio capiente e partimmo.
L’autoradio da due soldi emetteva segnali per le casse che distorcevano niente male i poveri Rolling Stones (una sera Massimo, mentre si fumava, mi aveva detto: “Minchia, ma come cazzo si sente bene qui, la musica!). Ma era quello che potevo permettermi. La stessa vettura era stata acquistata con un prestito. La sera cominciava a calare e fino ad allora io ed Antonello non avevamo potuto parlare molto.
– Voglio fare la costa. – Gli dissi ad un certo punto – Perché si trovano sempre un sacco di autostoppisti. Magari tiriamo su due belle ragazze! –
Balle. Stavo male e gli avevo detto una cazzata.
La strada era piena di curve, ma il panorama era bello. Era la prima volta che uscivo dall’Italia e mi piaceva osservare tutto quello che vedevo. Ci trovavamo in Francia ed io non parlavo nemmeno una parola di quella lingua. Forse avrei saputo dire merci.
Arrivammo in un bel paese, con bei locali e bella gente. Ci fermammo a mangiare e ripartimmo. Non era tardi. Il prossimo paese sarebbe stato St. Raphael, e poi altri. Dietro una curva buia i fari della macchina illuminarono due figure vestite di bianco.
– Ehi, fanno autostop! –
Mi disse Antonello.
– Ma chi sono? –
– Sembrano due ragazze! –
– Ok. –
Frenai ed accostai, un po’ bruscamente. Avevano appena rifiutato un passaggio a bordo di una Mercedes bianca, ma quando ci avvicinammo parevano ben intenzionate nei nostri confronti.
– Ciao! Dove andate? –
Gli chiese Antonello. La risposta fu indecifrabile.
– Senti, falle salire che le portiamo dove cazzo vogliono. –
Gli sussurrai, pressandolo.
Antonello dovette scendere ed alzare il sedile. Loro salirono e si sedettero sul divano posteriore, in un bla bla di interesse.
La cosa curiosa è che non le avevo nemmeno viste in faccia!
Portavano degli abiti estivi con delle specie di veli che coprivano i capelli. Non si capiva neppure se fossero bionde o brune.
Ripartii calmo, col motore sotto coppia, per non spaventarle subito.
– Anto, non le ho viste. E tu? –
Chiesi.
– Nemmeno io. –
– Come sono? –
Lui si voltò, chiedendo loro i nomi. Quando si rigirò ed io ebbi modo di vedergli la faccia era tutta un programma: era lunga, con la bocca socchiusa in una “o” di ammirazione.
Un sorriso mi tagliò la faccia.
– Cazzo! –
– Una si chiama Marie, l’altra credo di aver capito Giselle o Ghislaine. –
– Non me ne fotte un cazzo di come si chiamino. Teniamole buone che non si sa mai. Appena arriviamo in paese vediamo cosa si può fare: abbiamo tutto il tempo che vogliamo. –
L’allusione era chiara ed era vero.
Cercai di scrutarle dallo specchietto retrovisore, ma era troppo buio.
Finalmente il paese si profilò innanzi al cofano. Tante luci, un lungomare che mi causava ricordi piacevoli e sgradevoli insieme.
– Offriamogli un gelato. Quello piace a tutti. –
Parcheggiai dove trovai un buco e scendemmo dalla macchina.
– Do you want an ice cream? –
Mi sentivo cretino. Non riuscivo a mettere insieme nemmeno due parole in inglese e quelle chissà da dove le avevo recuperate. Comunque capirono. Le guardai meglio. Erano belle. Semplicemente belle.
Marie subito mi attraeva di più solo per il fatto che avesse gli occhi azzurri., ma Ghislaine era speciale.
Accettarono di buon grado il gelato e cominciammo a parlare. Stavano volentieri con noi.
Antonello ed io stavamo facendo strane congetture su chi fossero quelle due belle ragazze sole vestite così, quando sul lungomare su cui stavamo passeggiando arrivò un negro che si mise a parlare speditamente in francese con le nostre ragazze.
Naturalmente io non capivo niente ed Antonello poco.
– Le sta baccagliando. Questo pezzo di merda se le sta baccagliando! –
Disse all’improvviso Antonello.
– Dici? –
– Si, non capisco tutto, ma loro non lo conoscono. –
– Oh, cazzo! –
Antonello si pose di fronte al negro e gli disse:
– Sono con noi. –
– Oh qui, je sai! Solament que je suis un homme! –
– Je ne me freg un cazz. Le donne sono con noi. –
– Nu siam italien, nu siam mafious. Alza i tacchi bello, o non porti a casa i denti. Ok? –
Mi ero sentito in dovere d’intervenire pure io. Il negro parve capire l’antifona e si scusò.
Le ragazze parvero colpite:
– Vu set mafious? –
E dagli a dire no. Però ridevano. Beate loro!
La serata passò bene. Ad un certo punto riuscivamo persino a capirci. Non bene, ma tra italiano, francese e inglese i concetti riuscivamo a scambiarli. Fino a che non ci chiesero dove stavamo andando e… Perché.
Me lo aveva chiesto Ghislaine.
Le spiegai che una mia storia era finita.
Le spiegai che avevo bisogno di aria nuova.
Si stava però facendo tardi. Saremmo dovuti partire, per non rischiare di avere sonno durante il viaggio. E loro ci invitarono a partire l’indomani e a dormire dove stavano.
Io e Antonello ci guardammo in faccia.
– Non ci posso credere. –
– Invece è vero. – Colsi la palla al balzo e prima che si pentissero dissi di andare alla macchina.
Il posto in cui stavano era incredibile: un centro residenziale per granosi sulla Costa Azzurra. Chi lo avrebbe mai detto? Bello. Parcheggiai nuovamente la macchina in un posto che ritenevo tranquillo e le seguimmo nei meandri della costruzione. Dopo qualche corridoio e qualche scalino arrivammo. Il locale non era molto grande, ma aveva due stanze. In quella più piccola c’erano due letti a castello, in cui ci fecero capire avremmo potuto sistemarci. Vennero in vestaglia a darci la buonanotte.
Fu in quell’occasione che per la prima volta vidi i loro capelli: biondi quelli di Marie, castani quelli di Ghislaine. Quest’ultima aveva anche tratti somatici marcatamente orientali. Insisto, erano bellissime.
Che cosa cazzo mi stava succedendo?
Stavo provando delle emozioni diverse da quelle che normalmente mi ispiravano le ragazze che avevo conosciuto. Quale poteva essere il motivo?
Un diverso contesto di circostanze. Il luogo, il periodo. Ed allora non sapevo ancora che quei pochi avvenimenti mi avrebbero portato a cambiare più di quanto io stesso non avrei potuto immaginare. Di lì a poco avrei vissuto esperienze travolgenti che mi avrebbero semplicemente migliorato.
Venni svegliato la mattina dai rumori nella sala accanto alla nostra. Nel dormiveglia udivo delle voci, ma non riuscivo a capire.
– Ok, – dissi – Andiamo a vedere che diavolo stanno combinando. –
Anche Antonello scese dal letto e ci lavammo a turno nel bagnetto.
Entrai nell’altra camera e le vidi: due bellissime ragazze, che parlavano tra loro in una lingua che allora ancora non capivo. Quando arrivò anche Antonello ci domandarono se avremmo preferito the o caffè per colazione. Decidemmo per il caffè e ce ne pentimmo.
Seduti al tavolino ci stupimmo quando Ghislaine posò sul fornello una cuccuma di vetro praticamente piena d’acqua.
– Ma… Non sarà quello che penso, vero? –
– Cosa pensi? –
– Che quell’acqua sia per il caffè… –
– Cazzo. –
Era per il caffè. Marie posizionò un filtro di carta in un imbuto, lo riempì con del caffè liofilizzato e Ghislaine versò l’acqua. Ci presentarono due ciotole da incubo piene di una sostanza terribile di colore scuro.
Le tartine imburrate e la marmellata ci salvarono per miracolo.
Passammo la giornata in giro per il paese.
Il giorno dopo lo trascorremmo nell’entroterra. Marie conosceva un posto, in cima ad una collina, in cui c’era stato un incendio. Era semplicemente fantastico. Brullo, desolato eppure solare. M’incantò.
La sera accendemmo un fuoco sulla spiaggia, se così si poteva definire quel piccolo lenzuolo coperto di sabbia nascosto alla vista da scogli alti più di due metri.
Restammo per qualche tempo in silenzio, ognuno intento a riflettere su cosa stesse capitando, oppure immerso in ricordi di altri momenti. Dopo un po’, fu Ghislaine ad avvicinarsi a me. Si sedette accanto e l’abbracciai.
Stavo provando un’emozione bellissima. Quell’abbraccio, quel senso di gioia che leggevo nei suoi occhi, cercai di ricambiarlo con la gratitudine che speravo di riuscire ad esprimere. Mi stava donando la considerazione per me stesso che temevo di avere perso.
Assaporavo il calore del suo corpo vicino al mio e mi inebriavo del suo profumo.
Partimmo il giorno dopo.
Ghislaine e Marie facevano teatro. Ce lo raccontarono quella sera. Sarebbero dovute ripartire il giorno dopo per Le Mans, per seguire una rappresentazione che le interessava. Poi, chissà…

Arrivammo alla frontiera di giorno e faceva caldo, molto caldo. Appena passati i controlli ci inoltrammo per la prima volta in Spagna. Il panorama aveva iniziato a cambiare un centinaio di chilometri prima ed ora la terra appariva già come ce l’aspettavamo: gialla ed arsa dal sole. Dopo pochi chilometri ci fermammo in un piccolo paese per mangiare.
Sembrava quasi abbandonato. Le case erano tutte di mattoni rossi oramai slavati dal sole e le strade erano coperte di una specie di sabbia finissima. Trovammo un bar, o qualcosa che gli assomigliava e riuscimmo a mangiare qualcosa. Avevamo ordinato due panini: ci portarono delle fette di pane con sopra salame schiacciato. La fetta di pane era grande quasi quanto il piatto che la conteneva.
Ritrovammo quindi la strada statale e proseguimmo.
Il paese si chiamava Casteldelfelds. Era piccolo e sporco. Comprammo altri panini in un bar ed uscimmo a mangiare fuori per la strada. Cumuli di immondizia erano appoggiati all’uscita dei portoni delle case, contro i muri. Sopra vi era di tutto: pezzi di carne in balia delle mosche, barattoli pieni di salse rinsecchite, cartacce e scarafaggi. Casteldelfelds era il paese degli scarafaggi. Ce ne caddero addosso persino dai balconi delle case. Non faceva per noi. La prossima tappa sarebbe stata Barcellona.
Ci arrivammo di mattina. Bella città, molto grande… Cazzo, Gaudì!
Un giro al porto, la Rambla, per cercare del fumo. Non ne trovammo…
Calò la sera e ripartimmo. La strada era bella, anche se non era illuminata. Venne la notte era tutta stellata. Ero contento di come girava il motore della mia 124 ed andavo con il piede pesante, ma senza esagerare (avevo i copertoni anteriori molto consumati).
Mi stancai di guidare. Era notte inoltrata. Non sapevamo dove fermarci. Vidi una strada secondaria sulla destra e mi ci infilai. Portava in un vigneto: infilai la macchina tra due filari, sul terriccio fresato e spensi il motore.
– Si dorme un po’? –
Chiesi.
– Ok. –
Ci disponemmo io davanti, steso tra i due sedili ed Antonello dietro, sul divano posteriore.
Poi arrivarono le zanzare.
Il caldo torrido di quella sera non permetteva di dormire con i finestrini chiusi.
Esse arrivarono a nugoli e ci succhiarono TUTTO il sangue.
Cristo! Fu spaventoso!
Ci venne quasi voglia di piangere. Il sonno ci martoriava peggio delle zanzare, almeno dapprima. Quando queste presero il sopravvento (ci eravamo già coperti con asciugamani vari e stavamo morendo annegati nel sudore) mi scazzai.
– Ok, adesso basta! Che ore sono? –
– Le tre e mezza. –
Mi rispose.
– Quanto manca ad Alicante? –
– Credo che manchino solo un paio di centinaia di chilometri. –
– Cazzo, partiamo. Andiamo a vedere l’alba! –
Riaccesi il motore, le luci e ripartii.
Viaggiammo per qualche chilometro con i vetri aperti fino in fondo, andando ad alta velocità: il turbine d’aria si risucchiò le zanzare ed il nostro sangue con loro.
Eravamo stanchi, distrutti, ma finalmente il cartello con la scritta ALICANTE si rese visibile.
La spiaggia sul lungomare era deserta. Ci avvicinammo alla riva e ci sedemmo ad aspettare il sorgere del sole. Sentimmo ridere, dietro di noi.
Un ragazzo ed una ragazza si avvicinarono, poi, con calma, si spogliarono tutti nudi e corsero verso il mare. Fecero un bel bagnetto e tutti contenti se ne tornarono in spiaggia. Si rivestirono (non avevano le mutande) e se ne andarono. Erano le cinque e mezza della mattina.
Quel giorno, molto dopo, cercammo un albergo.
Il primo che trovammo era quasi deserto. Salii fino al piano di sopra per cercare qualcuno. Vidi u uomo in mutande uscire da una camera e gli chiesi:
– Scuse, donde està il receptionist? –
Mi fissò per un istante come se non capisse chi cazzo avesse davanti, poi disse:
– Ma non me scassà! Che ne so io! So de Roma! –
Ce ne andammo, per cercare un altro albergo.
Ne trovammo uno che faceva al caso nostro: 5000 a cranio, con doccia in ballatoio.
Era una stanza pulita, con due letti dalle lenzuola tiratissime.
Antonello volle fare per primo la doccia: c’erano solo due piccoli asciugamani da bidet. Chiamammo la proprietaria e facemmo notare che forse erano un po’ pochi per due persone:
– Eh ? –
Ci fece.
– Poche pesetas, pochi asciugamani. –
Questa donna ci sopportò per qualche giorno ed ogni volta che ci vedeva diceva OLA’.
L’ultimo giorno rispondemmo DIXAN.

Il viaggio di ritorno fu epico.
In ventidue ore e mezza e coprimmo la distanza di 1531 chilometri… Successe in questo modo:
Sulla spiaggia il sole era accecante ed il caldo ti toglieva il respiro. Me ne stavo disteso sul mio asciugamano vecchissimo pensando a che diavolo stavo facendo lì. Perdevo tempo. Non mi interessava più, oramai, vedere che c’era in Spagna. Volevo tornare a Le Mans da Ghislaine.
Antonello stava uscendo dall’acqua. Si avvicinò e si sedette sui talloni, asciugandosi i capelli.
– C’è qualcosa che non va? –
Mi chiese.
– Tutto a posto. –
Non volevo rovinargli qualcosa.
– Tu vuoi andartene, non è vero? –
Lo aveva capito. Inutile negare.
– Si. –
– Quando andiamo? –
– Dove? –
– A Le Mans. –
– Dai, cazzo, che dici? –
– Senti: tu vuoi andare da Ghislaine. Credo che sarebbe la cosa migliore da farsi. Del resto siamo qui da una settimana e può anche bastare. –
Lo guardai negli occhi per cercare di capire se tornare in Francia avrebbe potuto dispiacergli e non trovai traccia di fastidio.
– Andiamo a telefonare! –
Ci alzammo in piedi e raccattammo la poche cose. Quasi correvo, cercando di raggiungere la macchina. E da lontano lo vidi: un maledettissimo bambino sul cofano della mia preziosa Coupè del ’67. Una madre altrettanto stramaledetta da Dio gli stava cambiando le scarpe (tutte piene di sabbia) utilizzando la mia macchina come tavolino. Mi misi a bestemmiare come uno scaricatore di porto.
Solamente quando fummo abbastanza vicini (da aprire le porte con la chiave) quella lurida baldracca decise che forse era meglio spostare il suo stramaledetto moccioso dalla mia vernice.
Avviai il motore e sgommai a freddo sulla sabbia. Alcuni passanti si scostarono di colpo, pensando che fossi impazzito. Raggiungemmo la centrale telefonica di Alicante ed Antonello provò a chiamare. Alla prima non rispose nessuno, poi, finalmente, vidi attraverso i vetri della cabina che Antonello stava parlando con qualcuno. Attesi con pazienza e quando lui uscì lo assalii:
– Allora? –
– Va bene, si può andare. E’ stata molto contenta. Credo che si sia presa una cotta per te. –
Non dissi nulla.
– Andiamo in albergo a prendere la roba. –
Il caldo si stava facendo temendo: era quasi mezzogiorno. Salire e scendere le scale dell’albergo, con quel caldo, ci fece sudare moltissimo. Pagammo alla vecchia Olà della reception e salimmo in macchina. Ridevamo, ridevamo a crepapelle, per il caldo che ci ottenebrava la mente come troppo whisky. Appena fatte due curve, nella città, ci trovammo imbottigliati in una coda d’automobili. La temperatura dell’acqua del motore cominciò a salire vertiginosamente. Attaccai il riscaldamento e sperai che quell’espediente servisse a qualcosa. Poco dopo la temperatura si assestò sul valore accettabile di 90 gradi, mentre dentro l’abitacolo stavamo impazzendo. Poco dopo, per fortuna, la coda si dissolse e potei lanciarmi a velocità più alta. Spensi il riscaldamento. Continuavamo a ridere. Smettemmo solo dopo una decina di chilometri fuori da Alicante, per la frescura generata dalla velocità.
Cercammo l’autostrada sulla cartina e la infilammo. Era di un colore giallastro, pavimentata di cemento. Lanciai la vettura alla massima velocità e la lancetta del tachimetro rimase incollata sui centonovanta/duecento. Non so per quanto tenni quel ritmo, so solo che dopo qualche ora eravamo molto oltre Alicante, nell’interno arido della Spagna.
Avevamo deciso che saremmo passati da Pamplona, per andare a bere una sangria nello stesso bar di Hamingway.
A Pamplona ci arrivammo di sera tardi. Puzzavamo come due coyote essiccati al sole ed avevamo un aspetto che faceva proprio schifo.
Entrammo in un bar, prendemmo della sangria e ridendo come due fessi uscimmo.
Il giorno dopo eravamo a Le Mans.
Telefonammo a Ghislaine per farci venire a prendere, lei venne, ci abbracciò e disse che puzzavamo di cane bagnato (o malato).
A casa sua non si poteva ancora andare, per fare una doccia, così ci recammo in una piscina comunale.
Facemmo la doccia (col sapone prestato da chi era lì), ci asciugammo (con i loro asciugamani) ed uscimmo senza pagare.
Mangiammo qualcosa.
Dopo aver passato quasi tutta la giornata in giro per Le Mans (una delle più belle città che io abbia mai visto), finalmente potemmo andare a casa di Ghislaine. I suoi erano partiti per le ferie.
Mentre Antonello ed io ci riposavamo in salotto Ghislaine fece la doccia. Tornò poco dopo, con solo l’accappatoio (aperto) addosso. Antonello ed io ci guardammo. Lei si sedette vicino a noi, come se niente fosse e cominciò a parlare.
Avremmo dovuto passare da Angers, a prendere Marie e poi saremmo andati in Bretagna.

Angers non é molto distante da Le Mans, impiegammo poco tempo.
Marie viveva in una casa stupenda, una delle più belle case che io avessi mai visto: su due piani, completamente in pietra, con un piccolo giardino sul davanti, il cancello di ferro battuto, i palchetti di legno in tutte le stanze e le tubature dell’acqua di rame in vista…
Conobbi il padre di Marie: secondo me era pazzo, perché volava con gli alianti. Quella sera, dormimmo da Marie. Durante la cena della sera il padre versò dell’ottimo vino ad Antonello e me: un dito per ogni bicchiere. Ci guardammo negli occhi. Bevemmo il primo giro. Il secondo fu simile, solo uno schizzo. Allora decisi di versarlo io e riempii i bicchieri…
Ad un certo punto della serata il padre di Marie ci salutò e se ne andò.
– Dove va ? –
– Domandai per curiosità. –
– Dorme fuori. Dalla sua donna. –
Mi rispose Marie.
Non commentai.
Finalmente, il giorno dopo partimmo per la Bretagna. Prima tappa Rennes poi rotta verso Quimper.
Antonello e Marie stavano dietro e Ghislaine era al mio fianco. Ero felice. Verso Duarnenez cominciò a venirmi sonno, ma la nostra meta, Locronan, era vicina, almeno sulla carta e non potevo mollare.
Lo feci. Ad un certo punto, con gli occhi che mi si chiudevano, parcheggiai la macchina sul ciglio della strada, chiesi scusa, mi allungai con la testa sulle coscie di Ghislaine ed invitai tutti a copiarmi: mi addormentai.
Dopo esattamente un’ora mi svegliai, accesi il motore e partii. Dopo la prima curva mi aspettava il cartello con la scritta LOCRONAN, in francese e bretone. Bestemmiai, in italiano e abruzzese.
Stavano per iniziare i giorni più belli che io avessi mai vissuto. Vidi delle cose incredibili, dei panorami incantati. Credetti di poter scorgere i Druidi nei vicoli scuri dei paesi di pietra, che parevano usciti dalla matita di Bilal.
A Locronan, il quindici di Agosto, piovigginava e faceva freddo. Consumammo panini in un dehor di una chiesa, poi ci dirigemmo a St. Anne la Palude, dove campeggiammo per qualche giorno.
Io cercai di tirare su la tenda, con Antonello. Non ci riuscii e me la feci montare da Ghislaine e Marie che parevano lo facessero di mestiere.
Il mare era molto vicino. La sera andavo a passeggiare su di un lungo molo con Ghislaine, dove, mi dissero, quando tirava la bufera era impossibile riuscire a camminare in avanti. Oppure ci sedevamo ad uno dei due tavolini di un bar nascosto, dove si beveva cognac e si fumava solo Galuoises Caporal.
Io e Ghislaine non dormimmo mai insieme.
Ci trasferimmo in un altro posto, poco distante, per campeggiare sui terreni di una parente di Ghislaine.
Una sera, che doveva essere la penultima del nostro viaggio, andai a dormire presto. Antonello e Marie erano in giro, non so esattamente dove, Ghislaine nell’altra tenda. Sentii la lampo che si apriva e pensai ad Antonello.
Era Ghislaine ed era più bella che mai.
Mi chiese se poteva dormire con me.
Dopo poco eravamo abbracciati e la baciai a lungo. Piano piano presi a spogliarla. L’avevo già vista nuda, ma sapere di avere il suo corpo a disposizione era tutt’altra cosa. Mi stesi sopra di lei, pronto a ad amarla, quando, all’improvviso, qualcosa scattò nella mia mente.
Dissi di no. Non potevo farlo solo per poter tornare in Italia e dire che mi ero scopato una bella francesina orientale.
Non volevo farlo con lei, in quel modo, se non ci fosse stato qualcosa di più. Parve capire e ci addormentammo.
Il giorno dopo partimmo per Le Mans.
Durante il giorno Ghislaine ricevette una telefonata con cui venivamo tutti invitati ad una serata in un locale. Decidemmo per il si, che tanto ora più ora meno, il viaggio sarebbe stato lungo lo stesso.
Antonello ed io ci proponemmo come cuochi italiani.
– Nous som grand chef! –
Cercammo di dire.
Chiesi ad Antonello se preferiva fare la pasta od il sugo. Scelse la pasta.
Così, mentre io aprivo i barattoli del sugo e mi accingevo a scaldarlo in un pentolino, lui prese una grossa casseruola, la riempì d’acqua e la mise sul fuoco. Immediatamente dopo aprì due buste di spaghetti e li infilò subito nell’acqua ancora fredda.
Scodellammo dopo un po’ l’ammasso di colla in un grosso piatto ovale e ci servimmo: Marie fu l’unica ad apprezzare. Continuava a dire:
– Ce bon, ce bon… –
I soldi erano quasi finiti e quella sera, all’Unicorno, pagarono loro. Ad un certo punto Ghislaine fu chiamata e sparì. Tornò solo molto più tardi. Era raggiante. Mi abbracciò e mi baciò forte: avrebbe dovuto girare un film.
Molto tardi uscimmo per i vicoli della Le Mans vecchia e ci baciammo a lungo. Ma stava per finire il tempo a nostra disposizione. Rientrammo nel locale, salutammo tutti i nuovi conoscenti ed Antonello ed io ripartimmo per Torino.

Eravamo partiti veramente tardi, quella notte. Cominciò ad albeggiare che non avevamo percorso neppure cento chilometri. Decidemmo di mangiare qualcosa. Avevamo solo una baguette, un barattolo di marmellata di ciliege e una scatoletta di acciughe al pomodoro. Dividemmo quindi il pane in quattro pezzi e mangiammo due micropanini alle due specialità.
Mentre gustavamo quelle leccornie cominciò a piovere. Finimmo di mangiare e risalimmo in macchina bagnati.
Il viaggio fu sempre sotto la pioggia, fino a Torino.
Accompagnai Antonello a casa, ci salutammo con un stretta di mano e ci lasciammo.
Arrivato sotto casa mia parcheggiai. Subito dopo mi si spense la macchina. Era rimasta senza benzina. Per scrupolo guardai nelle tasche e vi trovai solo due franchi…

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