1993 – La “i” che ti frega

Quando mi sono posto per la prima volta al volante di un’auto ero molto, molto piccolo. La passione per la meccanica e per le sfide si può dire che io l’abbia sempre avuta e, mettendo insieme le due cose…
La prima cavia fu una 112 Elite, 903 cc, quattro marce senza freno a mano.
Poi, grazie ad una schedina vincente ed un amico compiacente, arrivò il 2000.
Il giorno in cui il Don ritirò la BMW verde scuro, non ero con lui. Mi aspettava però davanti alla scuola. Pioveva. Era bella, nuova. Da quindici giorni sul mercato di Torino.
– Cazzo, è troppo bella! –
Gli dissi appena entrato. Le portiere si chiudevano una meraviglia.
– Dove andiamo? –
– Andiamo in panu, eh? – Suggerii.
– Ok, ma dopo la dobbiamo asciugare, altrimenti mio padre mi becca. –
– L’asciugheremo. –
Il Don partì tranquillo. Prima e seconda sottocoppia, poi una terza secca. Le gomme scivolarono sull’acqua e la macchina s’intraversò un poco.
– Cazzo, ma è potente da matti! –
– 125 cavalli. –
– DIO! Fammeli vedere! –
Il Don accostò. Tirò la leva dell’apertura cofano ed io da fuori lo alzai. Poi lo chiusi di scatto:
– Madonna, se lo apro i cavalli escono! –
Il Don rise.
Il motore era fantastico: sei cilindri in linea, inclinato di 7° a destra. Iniezione elettronica Bosh J-Jetronic. Freni a disco autoventilati davanti e tamburi servoassistiti anche sul freno a mano dietro. Il massimo.
Andammo verso la panoramica, salimmo un poco e scendemmo. Dopo il Cimitero generale si fermò e mi disse:
– La vuoi provare? –
Quella volta non me la godetti. Stavo troppo sulle mie.
Passò il tempo. Tempo che dedicammo a trovare il sistema per staccare il contachilometri, che sulla BMW era di tipo elettronico, collegato elettricamente al cruscotto. Ci riuscimmo dopo qualche tentativo. Poi ci impratichimmo e riuscimmo a farlo in pochi secondi per volta.
Spesso all’uscita da scuola andavamo in garage solo per guardarla, quella macchina. Altre volte, quando trovavamo i soldi per qualche litro di benzina, si usciva anche a fare un giro. Era una cosa stupenda. Ai semafori ti appiccicava ai sedili (0 a cento in 8 e 3, al limite del pattinamento).
La prima avvisaglia delle disavventure con la BMW ci venne offerta dall’ennesima gita in Panoramica. Tirammo per tutta la salita, alla “spera in Dio”, curve e contro curve, seconda-terza-seconda, prima, seconda-terza woom-woom, doppietta, seconda, woom-woom, prima e apri tutto il gas. Le gomme puzzavano quanto i freni alla fine di ogni discesa dalla “panu”. Dio! Era esageratamente bello!
Uscimmo da una curva oramai calmi, dietro ad una piccola R5 malandata. Non più di 80. Fermi tutti, Polizia. C’erano i pulotti dietro una curva. Ovviamente lasciano passare la Renault e ci fermano. Di quelle macchine ce n’erano si e no cinque in tutta Torino, all’epoca.
Mitra spianati, pistole in pugno. Scendete, mani sul tetto, patente e libretto, apri il cofano, apri il baule.
Cazzo. Io ridevo.
– Che ti ridi tu? –
– E’ perché non abbiamo fatto niente. –
– Andavate forte. –
– Avevamo una Renault 5 davanti. E se era davanti come minimo andava più forte. – risposi.
– Stai zitto! –
Mi azzittii.
– Controlla in Centrale. –
Disse il Brigadiere al subalterno scattante. Mi sembrò di sentire un “JAWOLD!”, ma credo fu uno scherzo della mia immaginazione.
– Tu! – (dito proteso verso il Don) – Che lavoro fai? –
– Sono disoccupato. –
– E tu? – (Dito rivolto verso il sottoscritto, mentre osservavo la faccia di un poliziotto giovane che rimaneva meravigliato dal motore).
– Disoccupato, signore! –
Alla “Arancia Meccanica”.
– Cazzo! Io sono vent’anni che lavoro e vado con la 500, voi come fate ad avere una macchina così? Quanto costa? –
– Ventuno e otto, signore! – Dissi io.
– C’è chi può e chi non può. – Disse il Don.
Per un attimo credetti che mettesse mano alla pistola e ci facesse secchi tutti e due come due fessi.
Mentre attendevamo il responso della Centrale passò una Prisma a tutta velocità. Favorita dalla discesa sarà andata a centocinquanta. Il poliziotto sul ciglio della strada non la vide neppure. Si voltò verso il Brigadiere e disse:
– Minchia! Non l’ho vista! –
Per poco non gli portava via la paletta dalle mani.
Fermarono un’altra macchina e la lasciarono andare poco dopo.
Quand’ecco, riapparve la Prisma. Andava più piano, ora. Si fermò dall’altra parte della strada. Il finestrino elettrico si abbassò ed un tale sulla cinquantina sporse la testa.
– Ehi, lei! –
Chiamò il poliziotto con la paletta.
– Chi io? –
– Si lei. Cosa voleva prima con quella paletta? –
– Ma io… –
– Ho da fare, io. Se ha qualcosa da dirmi, bene, altrimenti non faccia perdere tempo! –
Il poliziotto guardò il Brigadiere, questi fece un cenno di non consapevolezza.
– No, no, può andare… –
– Molto bene. –
La Prisma ripartì, fece inversione dopo la curva e si udì lo stridio dei pneumatici. Poi schizzò via come un fulmine.
I poliziotti si guardarono l’un l’altro. Non avevano capito e ci avevano fatto una figura del cazzo. Il Brigadiere ci riconsegnò i documenti e ci disse:
– Sparite. –
Aveva la voce arrochita.
Fin lì tutto a posto, quindi. Pochi giorni dopo, però, ci appiccicammo ad un’altra vettura. Fu tremendo.
Eravamo usciti dal Lungo Po, in una bella curva che dà a sinistra: polvere di sabbia e gomme, il Don si mise a tirare come Niki Lauda con il diavolo alle calcagna. A centotrenta gli dissi di lampeggiare ad un fesso che stava spuntando da un ponte. Don lampeggiò, Il tipo si fermò, poi ripartì di scatto. Pensava di farcela. Era fatta. Mi buttai giù tra i sedili di dietro, con le spalle ben appoggiate in attesa dell’urto. Il Don si attaccò ai freni, stridio delle gomme, la macchina che si intraversa un poco, poi, un attimo prima del botto, silenzio.
BOOM.
Fine del messaggio. Cinque milioni e due di danni. L’altro ha buttato la Fiesta. Aspettiamo i vigili, compiliamo i moduli e ce ne torniamo a casa in macchina.
– Questa sera andiamo in via Roma? –
Dico al Don.
Non mi dice niente ma intuisco da come mi guarda che non mettendomi le mani addossso mi ha salvato la vita. Ringrazio e taccio.
Qualche tempo dopo la BMW é di nuovo intera.
Chiaramente ricominciammo a tirare: facevamo ripresine con tutti. Pensavamo che la gente fosse abituata alle vecchie BMW, solo 320. La nostra era 320i ed era la i che ti fregava.
Il Don arriva una mattina a scuola e fa:
-Whei, ragazzi! Mio padre mi ha parlato! –
Suo padre non gli parlava da un paio di mesi.
– Cazzo! Che ti ha detto? –
– “Non rompermi i coglioni.” –
Da quella sera riprendemmo ad uscire con la belva.
Il piano medio di una sera era oramai divenuto standard: un giro in Corso Massimo, a vedere le puttane, un giro in piola a bere un po’ di vinello se ci aggradava, un giro in Panoramica per smaltire la sbornia.
Il contachilometri segnava ancora duemila, ma sapevamo benissimo che non erano ufficiali. E quella fatidica sera ne avremmo aggiunto qualcuno.
Arrivai puntuale a casa del Don. Aveva deciso di fare una festicciola a base di panzerotti alla ricotta e Galateus, il vino più bastardo del mondo. C’era anche il Jo, quella sera, con la sua solita voglia di guidare dopo. Come tutti. Ci accomodammo a tavola e poco dopo Michela ci servì delle enormi porzioni di panzerotti. I più buoni che io abbia mai mangiato. In quattro, un chilo. In quattro, cinque bottiglie di vinello. Michela non beveva.
Un poco stonati, solo poco, scendemmo nell’aria fredda della notte ed accendemmo il motore. Mi sembrò di salire su di un otto volante. Qualche momento, di sicuro, staccai l’interruttore. Guidò il Don, guidò il Jo, poi guidai io.
– Voglio farmi un testa coda. –
Dissi.
– Dove? –
Chiese il Don.
– Al ponte dietro al Cimitero. –
– Ok, dove lo hai già fatto una volta! –
– Si. –
Ci andammo (eravamo dall’altra parte della città) ed io impostai la curva. Prima, seconda e sfrizionata a metà della curva. La macchina si gira di brutto, la tengo, controsterzo ed esco come un pazzo col motore a seimilaseicento giri. Il massimo prima del limitatore.
– Whaw! –
Esclamò il Don.
– Whaw! –
Esclamò il Jo.
– Cazzo. –
Dissi io.
– Ehi, Anto, fatti il curvone! –
Mi disse il Don.
– No, il curvone no. E’ bagnato! –
Disse il Jo.
Lo affrontai a centoquaranta, con il tergicristallo che faceva fatica a tenere sgombro il cristallo dalla pioggia.
– Ci ammazziamo come cani. –
Disse il Jo con un sorriso ironico sulla bocca, che aveva sempre quando si trovava in momenti in cui doveva obbligatoriamente sopportare la mia pazzia. Avevo imparato a riconoscere questo suo modo di arrendersi.
A pochi metri dall’imbocco della curva frenai delicatamente, aspettando che il contagiri mi desse l’ok, poi infilai la terza e cominciai ad aprire di nuovo. Piano piano la vettura fu inserita in curva. Io stavo bene, con tutto quell’alcool che mi girava nelle budella e nel cervello. Lo sterzo si alleggeriva sempre più e la macchina s’intraversava da matti. Io acceleravo. Sapevo che, se avessi mollato, il contraccolpo ci avrebbe buttato contro il guard-rail. Il contagiri era sul giallo e li mi spaventai: centotrenta sul bagnato in una curva che si fa sull’asciutto a centodieci. Dopo il giallo il contagiri sarebbe andato in rosso ed il limitatore avrebbe automaticamente staccato l’alimentazione. Ahia.
La curva finì. Il mio piede stava tremando contro la tavoletta del gas e respiravo a tratti. Infilai la quarta e subito dopo la quinta. Avevo fatto una cosa che ti riesce solo una volta nella vita.
– Non ho parole. –
Mi disse il Jo.
– Tu dovresti lavorare alla Ferrari. –
Mi disse il Don.
– E’ andata. Mi riaccompagno a casa. –
E così feci. Invertii in fondo e ritornai giù dal curvone. Ero felice.
Arrivato sotto casa mia spensi il motore e attesi che si complimentassero un poco con me. Cazzo, sono molto vanitoso e mi piace sentirmi dire bravo.
Però… Arrivò una centoventisette, col motore truccato. Mi sgommò proprio sotto il naso.
– Cazzo, piglialo! –
Mi strilla il Don. Riaccendo il motore, che puzzava di bruciato e lo inseguo come un pazzo. Per due o tre curve sembra che mi stia davanti bene, poi, sfruttando tutto il motore e la maggiore tenuta di strada lo seguo a due passi dal paraurti. Sono incollato a lui. Mi vede nello specchio e prova di tutto. Lo seguo come un’ombra, curva dopo curva, può fare quello che vuole, tanto non lo mollo. Comincia a svoltare in strade che non conosco bene, ma lo seguo sempre. Poi vedo un corso molto largo. Mi dico: se sbando largo gli esco sulla sinistra e lo passo di potenza. Mi butto in controsterzo e quasi lo affianco in curva. Peccato che al centro strada ci sia un marciapiede che non avevo visto. Cazzo, in mezzo alla strada! Gli salgo sopra e disfo due cerchioni.
Quella sera finisce così.
Passato il Natale, i nostri cuori si erano fatti puri e ci promettevamo una volta di più di stare attenti a non farci male. Per la sera del trentuno dicembre avevamo deciso di andare a giocare dal Jo.
Il Don infila la strada delle puttane, che dal curvone delle cento lire porta a San Mauro. Il semaforo in fondo é giallo. Lui accelera e perterra é ghiacciato. Sbanda, raddrizza, accelera ancora in preda ad un raptus omicida ed io mi riaccascio contro il sedile di dietro.
Prende nell’ordine: un marciapiede, una cassetta della posta, una Panda che si era fermata per vedere noi, poi infila una siepe ed entra nell’orto di una casa. Ne usciamo indenni.
Fuori si formò un crocchio di persone. Io mi mescolai alla folla che parlottava per sentire le varie versioni: eravamo arrivati, secondo chi aveva visto, da tutte e quattro le strade che c’erano.
– Siamo arrivati da lì. – Dissi per dovere di cronaca.
– Ma cosa dici, io ho… SIAMO arrivati? –
Mi guardano come se avessero visto un fantasma. Me ne vado. Stanno caricando la BMW su un carro attrezzi.
– Cazzo fate? –
Gli dico.
– La portiamo via, no? –
– No. Torniamo a casa in macchina. –
– Eh? –
– Tira giù, tira giù. –
Il Don stava rilasciando una dichiarazione nel pullmino dei carabinieri. Ero stanco. Mi dispiaceva.
Avevo messo un triangolo prima di una curva. Una macchina a forte velocità lo prese in pieno. Dissi al conducente di prendersi lo straccetto che aveva lasciato sull’asfalto e di darmi il suo. Lo misi al posto del primo, mi voltai e sentii inchiodare. Lo avevano travolto di nuovo. Si era avvicinato un vigile e lasciai a lui il compito di fare lo scambio. Mi avvolsi ancora meglio nel piumino rattoppato e scorreggiai, sperando che non facesse vapore.
Fu definitivo. Vendette la macchina.
Qualche tempo dopo, in Piola, parlavo con un tale del più e del meno.
– San Mauro? –
– Si. –
– Ho una zia. Pensa, a proposito, che qualche mese fa una macchina gli é entrata nell’orto di casa. Ti rendi conto? Nell’orto! –
– Già. – Feci io. – Finisci di bere che é tardi. –

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