1993 – L’altana

Mi volevano fregare e ci riuscirono.
Me ne stavo tranquillo, seduto sull’unico sgabello dell’autosex, aspettando che le ultime due ore prima della libera uscita passassero come le altre, lunghissime, del pomeriggio. Non stavo facendo niente, come al solito. Ero divenuto un’artista dell’imboscamento. Dalle tre alle cinque ero praticamente irreperibile, rintanato in compagnia di un genovese nel magazzino casermaggio, a fumare potenti cannoni ed ascoltare Neil Young.
Vennero da me in parata, in tre. Erano i più vecchi.
– Ehi, Vantaldi, preparati – mi disse la max dell’autosex – Ti abbiamo segnalato per la guardia di Natale. A Venaria. Ti va? –
– Cazzo! Davvero? A Venaria? Ma è… Bellissimo! Dio ragazzi, ci pensate? A Natale non ci sarà nessuno in caserma, potrò tentare di uscire! Io sono fortunato, lo sapete tutti. Avete cercato di fregarmi e ve l’ho infilato nel culo più di una volta. Wow, che spasso! E… Ora che ci penso: se monto a Natale sto a casa a Capodanno! Mio Dio, ho proprio un culo da bestia!…-
Me ne andai saltellando prima che si riprendessero e mi spaccassero la faccia. Sapevano che avevo ragione. Più di una volta, dopo essere smontato di guardia mi avevano detto:
– Come è andata? – con l’ovvio scopo di farmelo pesare.
La risposta classica era del tipo:
– Molto bello. Il cielo era chiaro, ho visto la gente dalle finestre nelle loro case. Ora esco, fra una decina di minuti sarò a casa della mia donna, poi in birreria. Tu, a proposito, ci metti molto per andare a casa? –
Ci metteva così tanto che un trentasei gli bastava a malapena per varcare la soglia di casa, dire ciao e ripartire. Quando rientravo canticchiavo sempre. Ero felice.
– Weilà, come andiamo? Cazzo, domani c’è la luna piena! Mi fate montare di guardia? Non ho voglia di scopare ancora, devo ritemprarmi le palle! –
Non capii mai esattamente perché non tentarono mai di mettermi le mani addosso. Forse perché sapevano che ero pazzo o incredibilmente fortunato. O forse, proprio perché ero solo, veramente fortunato.
Il fatto positivo era che tutto sommato riuscivo sempre a farli sentire di merda.
Il giorno prestabilito ci caricarono sulla Campagnola. Eravamo i migliori: io, Dall’Unto Nelsen e Pirominchia, il genovese.
Dall’Unto si chiamava Dall’Olio Cotto Bob. Una sera si era offerto volontario (battendomi sul tempo) per andare a servire in mensa ufficiali, per una festa. Era rimasto in cucina fino alle due di notte a lavare pentoloni incrostati di catrame e da quel giorno era divenuto Nelsen per tutti.
Arrivati a Venaria, base d’elicotteri, capimmo subito tutti che avremmo avuto vita facile: il più alto in grado era un caporale. Erano tutti in licenza per festeggiare il Natale.
Ci fecero alloggiare in un grande camerone, pieno di letti. Ci spiegarono subito che se non avessimo rotto i coglioni più di tanto avremmo potuto fare il cazzo che volevamo. Molto bene.
La prima sera ci rendemmo anche conto che in tutta la caserma vi erano si e no dieci persone. Mangiammo benissimo. Il cuoco era un ragazzo grosso come un trattore che continuava a sbattere sulla piastra della cucina, sporca di grasso, fettine e fettine di carne di vitello. Due giri e voilà, nel piatto. Chi ne vuole ancora? Mangiai più carne in quei giorni che in tutta la naja. Era di-vi-no.
Per i primi due giorni non ci vennero assegnati servizi di sorta. Poi, la mattina prima di Natale, si presentò un tale.
– Ehi, ragazzi, io non vorrei rompervi i coglioni, ma ho bisogno di una mano. –
Pirominchia stava rollando un cannone colossale e Dall’Unto riponeva un paio di confezioni di cordialini nell’armadietto metallico che ci avevano assegnato. Era ricolmo di birra, vino ed ogni ben di Dio. Tutto sottratto dalla mensa.
– Dicci pure, caro, dicci pure… –
Lo esortò il buon Michele, leccando con cura la cartina Rizla.
Michele, col suo “belin” immancabile in una frase si ed una no, aveva una voce bellissima. Forte, un po’ roca. Dolcissima. Sognava ad occhi aperti di scopare sulla spiaggia con splendide ragazze orientali e quando non sognava quello, rollava le canne.
– Dopodomani, per la cena di Natale, sarà presente qui anche il Comandante della base. Pensavamo di organizzare una festicciola. Ci sareste anche voi. Solo che per cucinare qualcosa di buono ci servirebbe della legna, che sarebbe da spaccare. Vi va? –
Dall’Unto saltò su immediatamente, con i suoi occhi azzurri piccoli e ravvicinati, tutti i denti da coniglio in fuori:
– Si cazzo! La spacco io la legna! Spacco tutto, cazzo!… –
Era spiritato. Era anche pratico di arti marziali. Lo chiamavamo anche Wo-Dà. Sferrò un violento colpo sull’armadietto e ne piegò la lamiera.
Il tipo che era entrato lo vide e si ritrasse un poco, pensando che forse non era il caso di insistere. Ma era una bella giornata, non faceva neppure tanto freddo, quindi mi feci avanti e dissi:
– D’accordo. Dicci dov’è. –
Il ragazzotto parve rassicurato e ci guidò fino ad una catasta di legna, dietro una baracca. Ci mostrò una sega a due mani.
– Quella non mi serve.- disse Wo-Dà afferrando un tronco di legno con una mano. Ne appoggiò un’estremità per terra e con l’altra mano, con le dita rattrappite, lo colpì esattamente in centro. La trave si spezzò con un crack secco.
– Non ho bisogno di un cazzo! Aaaagggh! –
Prese a balzellare stranamente in tondo, con le mani alzate. Di tanto in tanto menava fendenti nel vuoto e per poco non riuscì a portarmi via la testa dal collo. Era imbestialito come un cavallo. Così, mentre il caporale si accomiatava in silenzio, con lo sguardo rapito dalle esibizioni del Nelsen, io dissi che sarei andato a prendere un po’ di carburante.
Tornai di li a poco, con le tasche della mimetica imbottite di bottigliette di vino.
– Rosso o bianco? –
– Bianco. –
– Ok. –
Ci mettemmo circa tre ore a tagliare tutta la legna. Io lo dirigevo e lui spaccava. Se ad un certo punto credeva di non farcela e nominava la sega, io esordivo con un:
– Cazzo, dici che non lo rompi? Dio, SPACCALO! –
E lui:
– SEEE! – e paff, un colpo da bastardi.
Poi una trave non si ruppe sul serio. Gli diede tre o quattro colpi, quasi si fratturò la mano.
– Lascia stare, è fresco e farebbe solo fumo. –
Quando rientrammo in camerata Mike ci aspettava sdraiato sul letto, con un porno in mano.
– Ohei! Siete arrivati! –
– Dove hai preso quell’affare? –
– Me lo sono fatto comprare da Stecca, che è uscito con la macchina. –
– Buono. Questa notte me lo porto in altana.- gli dissi. Sapevo che avrei dovuto andare in altana anche la notte di Natale, ma non mi preoccupavo molto. Non me ne fregava proprio nulla.
Quella sera mi diressi verso l’altana con un senso di leggerezza nelle gambe: avevo bevuto troppo. Il tale che mi accompagnava non aveva nemmeno i gradi e non era uno da farmi paranoie. Fumavo una cannetta.
– Ehi, me ne fai fare un tiro? –
– Ceeerrtooo. – Credetti di dirgli. Per quanto mi ricordo avrei anche potuto rispondergli ficcatela nel culo.
Salii su per la scaletta voltandomi da basso per guardare. Il tizio mi osservava per vedere se cadevo. Ma non caddi. Aprii la porta e la richiusi. Ok, mi dissi, vediamo di che morte devo morire.
La stanzetta, a circa dodici metri di altezza era circolare, con un diametro approssimativo di un metro e mezzo. Vi era un interfono, collegato con la camerata, uno sgabello e… un termosifone funzionante. Faceva un caldo bestia. La stanzetta aveva finestre su tutti i lati, ma quello da sorvegliare dava sui campi aperti. Al di là della rete di recinzione della caserma le luci dei fari illuminavano un bel tratto di spianata. Riuscivo a vedere fino al limitare del bosco, molto più lontano.
Mi sbottonai la mimetica e posai a terra il fucile. Mi sedetti sullo sgabello e mi avvolsi con la coperta che mi ero portato. Le due ore sarebbero passate in fretta, con tutto il vino che mi ero portato…
Passai così solo la prima ora. Poi cominciai ad essere incuriosito dall’esterno. Mi protesi verso i vetri e guardai fuori: un centoventotto verde stava a due metri dalla recinzione, sotto le luci dei lampioni. Due, dentro, stavano scopando. Se ne sbattevano del fatto che lì fossero sotto i fari militari, che io fossi nell’altana e che il cazzo mi stava diventando duro. Vaffanculo a loro. Aprii la porta della garitta. Pisciai nel vuoto, sulle scale. Alla luce riflessa vedevo il fiotto fumante di vapore che raggiungeva lentamente il suolo, con un scrossshh inconfondibile. Durò parecchio.
Sentii il motore della centoventotto avviarsi all’improvviso e vidi la vettura sparire dalla circolazione in un amen.
Coito interruptus. Peccato per loro.
Me lo scrollai alla bene e meglio e lo rintanai. Assaporai per qualche secondo ancora l’aria della notte, poi richiusi la porta.
L’interfono entrò in funzione:
– Ehi, Anto, come ti passa? –
– Bene, bene. Lì da voi? –
– Benissimo. Wo-Dà sta dormendo. Vuoi un po’ di musica? –
– Cazzo, cos’hai? –
– Bob Marley. –
– Dio! Mettila, ti prego! –
– Ok. –
Sentii qualche scarica, poi un rumore gracchiante e infine la musica di Bob. Si sentiva un cesso, ma pareva Unison Researc.
Mi vennero a prendere dopo qualche tempo. Era passata bene. In camerata faceva più caldo e tutti dormivano. Mi arrangiai sul letto, senza disfarlo, tirai solo su la coperta pruriginosa fino al basso ventre e mi addormentai.
La giornata seguente passò senza enfasi. Solito tran-tran: mangiare, bere, fumare e chiacchierare.
Arrivò la sera e montò Pirominchia. Radio altana, nella persona del sottoscritto, gli trasmise Neil Young per due ore. Arrivò anche lui e ci addormentammo raccontandoci barzellette sui genovesi parlando forte per sovrastare le russate di Nelsen. Per l’indomani ci aspettavamo grandi mangiate, migliori persino di quelle quotidiane e qualche discorso. Chissà che cazzo ci avrebbe raccontato quel tale venuto a passare il Natale con dei fessi…
Fu meglio del previsto. Il Comandante entrò in mensa, addobbata per l’occasione con cazzate di Natale, senza darsi delle arie. Non era troppo vecchio e si era portato dietro un pezzo di figliola che ci mozzò il fiato. Bella, bionda, occhi azzurri. Sua figlia. Mi veniva da piangere, a vederla lì con noi, succube della volontà del padre. L’avrei presa per portarla in camerata. Ce la saremmo fatta a turno e si sarebbe divertita di più. Riuscii solo a mangiare benissimo con il cazzo che mi scoppiava nei pantaloni della mimetica. Quella notte toccava di nuovo a me. Era Natale.
Tornammo in camerata verso le dieci. Avrei montato dalle undici all’una. Solo due ore. Due ore. Due ore. Mi stavo innervosendo.
Michele mi venne vicino, mi guardò e si sedette sulla sponda del mio letto:
– Non ne hai voglia? –
– Non ne ho voglia, ma va bene. –
– Prendi queste. –
Mi porse due pastiglie.
– Che roba è? –
– Tavor. Se lo prendi col vino fa miracoli. –
– Tavor? – lo conoscevo bene. Lo conoscevo anche col vino. Conoscevo tutto.
– Cazzo, Mike! Ma è fantastico! – Ero commosso.
Presi le pastiglie e mi scolai un bottiglietta di vino rosso. Mi vennero a prendere (per dare un tono alla storia, durante la visita del Comandante, c’era anche il caporale) e mi condussero sull’altana. Mentre io salivo la scala e incrociavo il tale che aveva montato prima di me (mi chiese se era rimasto qualcosa in cucina e gli dissi che ce n’era tanto da schiattare) sentii la macchina del Comandante che ripartiva. Eravamo di nuovo in stato di calma.
Aprii la porta, la richiusi e mi appoggiai al termosifone. Guardai fuori e vidi una lepre percorrere il fascio di luce dei fari. Poi chiusi gli occhi per qualche istante.
Bussarono alla porta.
– Hanno dimenticato qualcosa. – Mi dissi.
Era il cambio.

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