1993 – Mirna

Sorseggiavo il whisky quasi senza sentirlo. La mia coscienza stava andando a spasso attraverso le nebbie dell’alcool. Fabrizio aveva addolcito le nostre dosi con l’acqua, ma alla lunga non si era dimostrato un trucco sufficiente, almeno per me. Osservavo, con occhi che mi sentivo umidi, la stanza in cui mi trovavo, poi il liquore ambrato nel bicchiere di vetraccio. Jo era nell’altra stanza con Mirna e all’epoca la cosa mi poteva anche dare fastidio.
Fabrizio girava per casa, che era la sua, con il solito sorrisetto idiota stampato sulla faccia. Una volta gli avevo presentato una mia amica e questa mi aveva detto:
– Ma ha sempre quel sorriso da scemo? –
Mi ero sentito un cretino.
– Gli abbiamo fatto un bel pacco, eh? – mi domandò all’improvviso, quasi facendomi trasalire.
– Hai fatto tutto tu. – gli risposi quasi seccato di aver fatto una cosa del genere alla donna per cui avevo una cotta. Del resto la stessa donna se la stava spassando nell’altra stanza, a pochi metri da me con il mio migliore amico.
Migliore di allora.
Se proprio in quel momento Fabrizio mi avesse chiesto di condensare Mirna in una sola parola mi sarebbe uscita dalle labbra solo puttana.
Mirna non era certo bella, al massimo faceva tipo, con i suoi capelli corti e morbidissimi, gli occhi verdi e le mani affusolate. Oh, quelle mani! Avevano delle dita lunghissime e bianche. Le unghie erano ben curate, laccate di rosso. Una volta sovrapposi la mia mano alla sua e notai con stupore che la sua era più lunga.
A Jo le sue mani non piacevano molto. Non per come erano fatte (anche lui le apprezzava come delle mani ben realizzate), ma per il fatto che erano grandi. A Jo sono sempre piaciute le ragazze che hanno le mani piccole, perché, diceva, per prenderglielo dovevano usarle tutte e due.
Per questo ho sempre pensato che Jo avesse dei complessi di inferiorità.
Io non ci facevo caso e dopo tutto, che ce l’avesse piccolo o no, era lui a trovarsi con lei ora.
Sospesi per qualche istante le mie riflessioni per concentrarmi su delle porcellane decorate in maniera squisita che facevano bella mostra sulla credenza. Fabrizio era vicino a me e gli chiesi:
– Queste? –
– Le ha dipinte mia madre. –
Mi stupii. Conoscevo la madre di Fabrizio e non pensavo potesse essere capace di dipingere così bene. Era un’artista e un’artista non poteva vivere in una casa come quella ed avere un figlio così. Aveva ubriacato appositamente la donna che avrei voluto portarmi a letto per farla stare col Jo. Non lo sopportavo.
Rigirando tra le mani le porcellane (veramente deliziose, insisto) tesi le orecchie per percepire i rumori dalla camera dal letto. Cazzo. Non si sentiva niente.
– Ti piace Mirna, eh? –
– Uh? –
Feci io nuovamente preso alla sprovvista.
– Beh, insomma, si… –
– Lo so. Però è proprio una puttana, non è vero? –
– Eh, si. Una vera puttana. –
Sentii in quel momento che stavo per avere una delle migliori erezioni della mia vita. Mi ero eccitato come un cavallo. Dio, Fabri! Stai zitto! Mi venne voglia di dire. Non mi ci fare pensare.
Mirna era veramente una puttana. Lo faceva perché si presupponeva che le piacesse, ma forse ci sbagliavamo tutti. Il primo a ficcarglielo fu il Toscano, un ragazzo con un batacchio enorme. Solo qualche mese prima Mirna era una verginella che conosceva il cazzo solo di nome, poi divenne un’esperta estimatrice dell’attrezzo in breve tempo. L’avventura con il Toscano durò poco, solo un paio di mesi. Egli veniva da noi, quando eravamo riuniti e diceva che era come ficcarlo nel muro. Stava ferma e non diceva niente. O soffriva troppo per parlare o non le piaceva. Il Toscano la scaricò e noi tutti cercammo di raccogliere l’eredità, dopo che la strada era stata spianata.
Con Marco le cose andarono meglio e lui ci confermò che forse ora si era in grado di avere un rapporto decente. Non strillava molto, ma cominciava a piacergli il manico. Poco dopo, finalmente, si era concessa alla maggior parte di noi, eccetto Jo, Andrea ed il sottoscritto. Quasi mi ci innamorai, di quella ragazza.
Non so come accadde che ci ritrovammo a casa di Fabrizio, in ogni caso la cosa prometteva bene, se non fosse per il fatto che lei sembrava preferire solo il Jo. Da parte mia non vi erano problemi, a dire la verità.
Se non ci fossi stato anch’io tra quelli che l’avevano infilzata, ne avrei risentito parecchio.
Riuscimmo ad organizzare, per quel pomeriggio, in modo da avere del tempo libero in casa di Fabrizio, che non aveva interesse a mescolare il suo sudore con quello di lei. Era splendida, per quanto le sue caratteristiche glielo permettevano, ed io ero fisicamente a posto. Il mio lui non avrebbe fatto capricci proprio quel giorno.
Dopo mangiato (non ricordo che cosa riuscì a prepararci il buon Fabrizio) cominciammo a bere e poi, pian piano, trascendemmo nei soliti discorsi, che io e Jo sapevamo proporre con tanto amore.
Pochi bicchieri e lei se ne uscì in un:
– Fabri, posso andare a riposare un po’ nella camera dei tuoi? Ho visto un bel letto grande, entrando! –
Lo aveva detto con quella sua voce da laida che mi faceva sbavare. Se Fabrizio si fosse rifiutato lo avremmo ucciso. Jo colse la palla al balzo e le propose di accompagnarla.
Andò così e loro erano ancora là dentro.
Uscii sul balcone. L’appartamento era al piano terra e l’unico balcone dava su di un cortile di cemento. Guardai in alto e vidi solo i caseggiati di fronte, che racchiudevano tutto. Pensai alla gente che stava in quelle case. Gente che in quel momento se ne sbatteva di noi e di quello che stavamo facendo. Un arrapato a casa di un fesso, con un amico che si sbatteva una puttana sul letto dei genitori del fesso.
Gente come uomini che non avevano bisogno di stare dietro alle amichette perché avevano una moglie, tutto il giorno a portata di mano e di cazzo.
Gente come donne che non si preoccupavano di prenderlo di tanto in tanto, perché in ogni caso lo avevano sempre.
Gente che chiavava e gente che non chiavava. Pensai anche agli onanisti solitari e fantasticai su giovani pollastrelle armate di candele e più moderne penne stilografiche da vagina.
E Mirna? Che faceva, quando era a casa? Si sedeva anche lei sulla tazza del cesso con un dito ficcato nella potta? E se lo faceva, a cosa pensava?
Al grande manico del Toscano? Allo smilzo manico di un giovanotto con una bella macchina sportiva? All’amica del cuore, con i suoi capelli biondi e le gomme grosse, turgide e succose?
Pensai a Mirna come ad una lesbica. Vidi la scena di lei su Martina, a succhiargli le tette. Dio che culo che aveva Martina!
Sentii il membro che premeva sulla cerniera lampo. Dovevo calmarmi o sarebbe esplosa. Stavo per scoppiare anch’io. Mi venne in mente di andare di là, a pochi passi da me e aprire la porta. Avrei detto, ehi, ragazzi! Fatemi partecipare alla festa. Lo avrei detto con il bigolo in mano e se lei fosse stata veramente e assolutamente una puttana si sarebbe avventata con la bocca aperta…
– Ma ti è venuto duro? –
Mi aveva visto. Fabrizio, con il suo eterno sorrisetto (da fesso), mi aveva visto. E aveva guardato proprio lì, dove tenevo la causa dei miei guai. Era un brutto periodo. Ogni giorno alle nove ed alle undici in punto, non so per quale ragione, avevo un’erezione. Spaventosa, in qualunque luogo mi trovassi. Non so se dipendesse dall’alimentazione, dalla pressione, dalle varicocele o da che cosa. Era così e ne soffrivo. Volevo infilarlo in un buco, un maledetto buco di donna.
– Si, ce l’ho duro. Dio, Fabri, ho voglia di scopare con Mirna. –
– Ma si che te la scopi! –
– Senti, lei vuole stare con Jo. Non gliene frega niente di me, almeno, non oggi. –
– Dammi retta – mi disse con aria saputa – Lei vuole te. –
Ok, mi voleva prendere per il culo. Va bene. Vaffanculo Mirna, Martina e pure il suo culone. Già sapevo che cosa avrei fatto: sarei tornato a casa, infoiato come una bestia, dopo una giornata ad aspettare che un mio amico si scopasse la “mia donna” e mi sarei masturbato in silenzio nel bagno, sognando di potte pelose e culoni enormi.
Suonarono alla porta. Sussultai. Io non c’ero in camera con Mirna, no, ma avrei voluto esserci.
– Chi è? – domandai a Fabrizio.
– Mia madre. –
– Tua madre? –
Dissi come se non avessi capito.
– Si. Torna sempre a quest’ora. Ma poi va via. –
– Cristo Fabri, di là ci sono quelli! –
– Lo so, non ci badare, mia madre la vede come noi. –
Sua madre la vedeva come noi.
Era bionda, portava gli occhiali. All’epoca poteva avere una quarantina d’anni. Non era bella, non camminava bene (forse aveva avuto qualche malattia alle gambe) e non credo fosse una puttana, ma non mi sarebbe dispiaciuta. Cazzo. Cosa stavo pensando? Era la madre di Fabrizio!
Girò un po’ per la casa, mentre quei due non uscivano dalla stanza.
– Avete mangiato? –
– Si signora, grazie. –
– Fabrizio, che cosa gli hai fatto mangiare? –
– Dai, mamma… –
– Mio figlio… Bla bla bla. –
E intanto girava per casa, davanti al mio uccello. Gli osservavo di sottecchi il culo e me la immaginavo nuda. Uhm, non mi sarebbe piaciuta poi molto. Era tuttavia una cosa che avrei fatto in ogni caso, da quando il mio lui si era messo in testa di cominciare a funzionare. Era normale per me radiografare qualsiasi donna si muovesse nel raggio di dieci chilometri.
Il Jo si presentò all’improvviso nella stanza in cui eravamo noi.
– Buongiorno. – disse alla signora.
Era rosso in faccia. Per lui era normale esserlo. Quasi sempre.
– Oh, buongiorno! Sei anche tu un amico di Fabrizio? –
– Si signora. –
– Bravo! Bla bla bla… –
Aveva una voce strana, la madre di Fabrizio. Un po’ stridula, ma non spiacevole. Come avrebbe goduto? Facendo “Iiii- iiii”? Anche le tette non erano male, peccato che si vedevano poco, sotto il pullover di lana d’angora che indossava.
– C’è anche Mirna, nell’altra stanza. – disse ad un tratto Fabrizio a sua madre.
– Mirna? Non è la ragazza che sta con il Toscano? –
– Stava. –
– Ah, ho capito. –
Mentre io e Jo ci guardavamo in faccia (ed io cercavo di capire se aveva azionato o no) la madre di Fabrizio decise che era ora di levarsi dalle scatole.
– Ok, ora devo andare a fare la spesa, credo. Fabrizio, poi passa dalla nonna che ti deve dare qualcosa, va bene? –
– Certo. –
Uscì. Io guardai il Jo negli occhi e lui mi prevenne, prendendomi alla sprovvista:
– Vuole te. –
Subito non capii.
– Come? –
– Vuole te, Anto. Vai. –
– Ma tu… –
– Beh, io non sono riuscito a farci quasi niente. Solo un po’. Le ho palpato le tette… –
– Le tette? Come le ha le tette? –
– Sono piccole. Ma sono belle. Uhm! Gli ho fatto un bagno di saliva, sulle tette! Ha goduto come un troia! –
Pensai che una come Mirna non avrebbe potuto godere come una troia solo perché uno le leccava le tette, ma non dissi niente. Ero troppo confuso.
– Sei… sicuro? –
– Si cazzo, vai! –
Ok, ero convinto. I primi passi verso la stanza (che aveva la porta chiusa) furono delicati. Come se avessi paura d’inciampare. Poi riuscii ad andare più spedito. Cercai la maniglia e la girai.
Era distesa sul letto, con la maglietta bianca di cotone mollemente appoggiata sul seno. I blue jeans erano appena sbottonati ed aveva una mano sugli occhi. Si stava vergognando. Mirna aveva un modo tutto suo per vergognarsi. Non credo incidesse poi molto sul suo comportamento, ma se uno ci stava attento riusciva a capirlo.
– Ciao.- dissi disinvolto. Falsamente disinvolto.
– Vieni qui. – mi disse togliendosi la mano dagli occhi e indicandomi una piazza sul letto. Mi sedetti dove aveva indicato. Il mio membro diede un’altra pulsazione spaventosa. Forse sarei venuto prima di toccarla.
– Come va? – mi chiese.
– Che cazzo dici? –
Era un po’ brilla. Più di me.
– Baciami. –
Non me lo lasciai ripetere.
Aveva un buon sapore. La baciai a lungo, anche se non avevo grandi capacità, all’epoca, in quel mestiere. Diciamo che mi impegnai per acquisire esperienza.
– Baci da schifo. –
– Lo so. –
– Perché? –
– Non lo faccio praticamente mai. –
Gli guidai la mano libera (con l’altra mi teneva la testa) sulla patta dei pantaloni e la strofinai sul pacco. Lei cincischiò qualche istante, mentre io mi dominavo per non strapparle la maglietta, poi ritrasse la mano di poco a la infilò decisamente su di lui. Mi stava girando la testa. Le sollevai la maglietta e le palpai le tette. Piccole, si.
Andai ai pantaloni e glieli sbottonai. Aveva degli slip bianchi, che mi eccitavano come tutte le cose semplici. Infilai la mano a mia volta e le lisciai i peli del pube.
Mi strinse l’uccello e mi disse:
– Dio, non pensavo ce l’avessi così! –
– Che vuoi dire? –
– Credevo che l’avesse più grosso il Jo. –
M’incazzai.
All’improvviso mi ero incazzato sul serio.
– Mirna, ma che dici? –
– Solo quello che ho detto… Perché ti arrabbi? –
Sapevo come sarebbe andata a finire. Si andava ancora a scuola, allora. Jo era un mio amico. Sapevo che non sarebbe terminato lì, quel gioco. Come d’incanto mi ero raffreddato. Per la prima volta provavo qualcosa di speciale, su cui poi avrei fatto più volte delle considerazioni particolari, avrei aggiustato il tiro. Si trattava di dignità, di lealtà verso me stesso e verso quello che ritenevo giusto.
– Ok, molliamo qui. Lasciamo perdere, ok? –
– Tu sei pazzo. –
– Lo so. Anche tu lo sai. –
Mi ricomposi la maglietta nei pantaloni, confuso. Che stavo facendo? Mi stavo fregando la possibilità di fottermi Mirna. Ma la cosa non mi andava. Sarebbe sembrato uno spareggio. Volevo bene al Jo.
Uscii nell’anticamera.
– Ok, ragazzi. Io devo andare. Qui, per oggi ho finito. –
– Vai? –
Mi chiese il Jo. Fabrizio non disse nulla.
– Tanto, ci vediamo tutti domani. –

Lascia un commento