1993 – Rita

Ce n’erano pressocché un’infinità. Erano tutte allineate sul marciapiede, alla distanza di circa due metri l’una dall’altra. Cominciammo la scelta. Talune si presentavano bene, altre meno. Troppo grasse e tutte, indistintamente, con la tendenza ad avere il culo sporgente, come se fossero afflitte dalla scoliosi.
Faceva freddo e loro erano praticamente nude. Mi ricordo che la riflessione più importante che feci riguardava l’ambientamento che dovevano aver avuto, passando dai loro climi caldi alle dure condizioni delle notti torinesi, per di più in abbigliamento succinto da puttane quali erano.
Vi erano, come sempre, moltissime macchine ferme ed un continuo via vai di uomini intorno alle bagasce. Il furbo di turno aveva anche aperto un bar, montato su di una roulotte, per servire bevande calde e birra. Ottimo affare.
Finalmente cominciammo a vederne qualcuna interessante: non troppo alta, ne troppo grassa. Simpatica.
– Ehi, cocca, com’è la musica? –
Gli chiese il Nasone.
– Sono trenta. – Disse la negretta. Poi ci ripensò, contando quanti eravamo in macchina e disse: – Ma… “tutti” ? –
– SIII! Tutti! –
Esclamò il Jo.
– Dai sali in macchina con noi! –
– Ma siete matti? Io in macchina non ci salgo! –
Era chiaro che non ne aveva nessuna voglia. Allora scendemmo noi per tentare di convincerla. Gli dicemmo che io abitavo lì vicino, che saremmo stati poco e che qualcuno avrebbe potuto prendere il mio numero di targa…
Ci impiegammo circa venti minuti, ma alla fine accettò.
– Ok, va bene. Devo solo trovare mia sorella per dirglielo. –
Una sorella? Sua sorella? Batteva anche lei e, per di più, era più bella.
– Cazzo, facciamoci anche la sorella! –
– E i soldi? –
– Hai ragione… –
Risalimmo tutti in macchina. Guidavo io, Jo era davanti e si teneva la puttana sulle gambe. Le accarezzava la potta. Wow! Mi stavo infoiando.
In breve arrivammo a casa mia. I miei non c’erano e la casa era disponibile, quella sera come altre simili. Forse non avrebbero acconsentito che io con i miei amici portassi in casa una bella negra per scoparla in gruppo.
Gli offrimmo della birra, ma prese solo acqua minerale. La birra le dava alla testa disse. Era anche poco viziosa, la bella Rita (disse che si chiamava Rita solo per noi. Il suo vero nome era impronunciabile).
Dopo una partita a carte (Rita non sapeva giocare, ma si stava divertendo come una matta), si decise che era ora di andare a scopare. Nessuno voleva essere il primo. Sorteggiammo e toccò ad Andrea.
S’incamminarono verso la mia camera.
Andrea e Rita se la presero comoda. Ci misero venti minuti.
Andrea tornò nel tinello con la camicia fuori dai pantaloni, la cravatta malmessa e l’aria distrutta. Si passò una mano tra i capelli e disse sconsolato:
– Non ce l’ho fatta. –
– Vaffanculo. –
Gli disse il Jo. Toccava a lui.
Lui, ci mise poco e tornò soddisfatto. Era solo più rosso in faccia, come al solito.
Fu quindi il turno del Naso, del Don e poi il mio.
Appena entrato in camera mi cascarono le palle: lei era dentro il mio letto, sotto le mie lenzuola.
– E che cazzo! – Dissi.
Lei mi guardò, sorrise e scoprì le lenzuola. Aveva una bella figa scura, riccioluta. Presi ad osservare i preservativi usati (pieni) mollemente appoggiati sul mio comodino. Non ce la feci più.
Pagammo (poco) e la riportammo in via. Mentre stavamo uscendo dal portone del mio palazzo, però, stava rientrando un vicino di casa, con la moglie e la figlia (brutta, quanto é vero Iddio. Brutta.). Mi vide, abbracciato alla puttana.
Da quel giorno, chissà perché, mi ha tolto il saluto.
Dopo aver lasciato Rita, il Naso prese la sua macchina e se ne andò, insieme col Jo.
Andrea e Don ed io andammo in Panoramica.
Il Don, che guidava, prese a salire come un pazzo, con il suo vecchio 112 begie. Notai quasi subito il tappeto di aghi di pino sulla strada e tentai di ricordargli che doveva rallentare. Non ce la feci. Uscimmo di strada alle quattro di notte, in una curva stretta e pericolosa. La macchina s’inerpicò per la scarpata sul lato sinistro della strada, per un paio di metri, poi decise che preferiva l’altro lato, pieno di alberi e ci si avventò contro. Chiusi gli occhi e sentii l’impatto. La 112 diede a vedere un accenno di ribaltamento, ma dei piccoli alberelli ci salvarono. Quando riaprii gli occhi avevo un taglio sulla fronte, un palo della luce davanti agli occhi ed un albero a trenta centimetri dal paraurti posteriore. Telefonammo al Jo, che venne con la sua macchina ed una corda per tirarci fuori.
Riportai io la macchina (e noi) a casa.

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