2010 – Parigi (troppo tempo)

Attendo il passaggio del bateau-mouche appoggiato al muretto del ponte. Il rumore lo annuncia. La prua fende l’acqua scura della Senna ed io respiro l’aria di Parigi…

Au premier temps de la valse
Toute seule tu souris déjà
Au premier temps de la valse
Je suis seul mais je t’aperçois…

Jacques Brel mi canta nella mente. Lo sento come se fosse lì, a me accostato.
Ma ora, sono solo. Allungo lo sguardo sul fiume, sino al ponte successivo. Mi sollevo e finalmente, sopirando mi muovo. Non so dove andare. O forse lo so.
Ripercorro certe vie, osservo le pietre di granito del selciato. Un altro flash-back mi riappare, come pagine di un libro sulla retina: La Nausea. Ricordo bene quel passo. Mi aveva obbligato a riflettere per giorni e giorni. Forse, mi aveva illuminato.
La filosofia di Sartre… La ripetizione, il banale che ti ossessiona, la ricerca della variazione, dell’originalità.
Tutto un mondo che si profila in maniera diversa all’orizzonte, merita un pellegrinaggio sulla tomba del Grande.

La vedo appoggiata al parapetto, con il suo tajeur grigio e la borsa della Fnac appesa ad una mano. Elegante, bella e delicata. Ha comprato un libro di teatro… Jean Genet. Les Bonnes, Le Serve. Ed io ancora non so quanto questo mi influenzerà.

Non vedevo i muri come tali, i lampioni come involucri cavi di ghisa. Persone come oggetti mobili. Ero a Parigi, scanzonato, intraprendente ed orgoglioso a vent’anni. Ero il “padrone” di me stesso, fisico asciutto e muscoloso, la lingua affilata come un rasoio, una mente sibillina, contorta, ma soprattutto capace di manipolare gli eventi, di “convincere”.
Mi mancava quasi tuto ciò che la vita ha da insegnare: il pragmatismo, quel quotidiano tanto odiato con cui poi avrei perso non solo la battaglia, ma la guerra.
Solo, non lo sapevo.

A Montmartre mi siedo sui gradini della scalinata. E guardo giù. Mi diverto a separare i turisti dai parigini, allungando una matita virtuale con cui spostare i corpi, che placidamente, si fanno da parte e si lasciano inserire nei gruppi. Se avessi conosciuto Cazà o Moebius avrei forse potuto suggerire loro una sceneggiatura.
Oh si! Devo fare uno sforzo, allungarmi sino a Rue Saint-Denis. Mi ricordo, mi ricordo!
Qualche passo in più. Una fontana che pare un quadro di Bosch.
Non mi sembrava così… Reale. Pietra nera, acqua e sole, colore e metallo, una cartaccia, una bibita, mio Dio! Troppa confusione di pensieri! Troppa “realtà”. Sono lì, ma sono distante, con il mio Moleskine in mano per prendere appunti.

Stanco, mi riposo e attendo che le immagini finiscano di scorrere sempre più lentamente davanti ai miei occhi (dentro, i miei occhi).

Ghislaine e Marie sono al tavolo esterno. Mi allontano, metto a fuoco, cerco l’attimo e lo trovo. Uno scatto splendido. L’ho capito nel momento in cui lo specchio si solleva e mi copre la visuale. Frazioni di secondo in cui memorizzo solo la mia gioia di avere ancora una vita da costruire.

No, basta così. Passiamo al presente.

Parigi scivola via. Le strade, i giardini, la “M” dei metro. Pyrénées. A quel cartello, a quella fermata, sono legati tanti bei ricordi.
Si sta accartocciando tutto, in un ricciolo di cemento, asfalto, colori. Poi non rimane più nulla.

Ora sono qui: noworknomoneynobread.
Passati vent’anni.

…Une valse à vingt ans
C’est beaucoup plus troublant
C’est beaucoup plus troublant
Mais beaucoup plus charmant
Qu’une valse à trois temps
Une valse à vingt ans…

Noworknomoneynobread. Noworknomoneynobread.

Attendo ora dopo ora che squilli il telefono. O che qualcuno, in “qualsiasi” modo si faccia sentire. Ho perso l’entusiasmo, devo tirare avanti… Vivo di ricordi e piango per non essere riuscito a fare. Oh, si che avrei voluto, che avrei potuto.

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