2014 – Rossana

2112, Rush – 1976

Proprio un bel disco, quando ti serve essere concentrato e, nello stesso tempo, rilassato.
Una birra aiuta altrettanto, ed un bicchiere bello capiente sta di fianco al mio computer…
Solo qualche normale rumore domestico intorno, ma poco male.
La luce non è quella giusta, la metto a posto e continuo… Ok, così va bene.

Ciao!

Ti scrivo questa mail perché volevo dirti che cosa è successo, cosa ho provato, cosa provo, ma non cosa vorrei.

…Arrivati nella grande sala del ricevimento mi sembrò di vivere la scena di un film. Un leggero senso di vuoto alla testa mi rendeva difficile orientarmi per occupare lo spazio. Dovevo prendere possesso della zona, capire quali spazi sarebbero stati disponibili per la mia permanenza in relativa ombra: volevo “vedere”, capire cosa stava realmente accadendo e con chi avrei avuto a che fare nelle prossime ore.

Erano tutti inglesi a parte tre conoscenti, italiani come me. E non avevo ancora bevuto abbastanza per poterli comprendere. L’alcool fa miracoli: avvicina i mondi.

Mi avvicino al banco dei vini (individuato quasi subito). Vino bianco per iniziare. Un giro di perlustrazione. Due parole, un hello qui e là. Una sigaretta e poi via, un altro calice, tanto per gradire. Ok, due bicchieri ed un quarto d’ora di tempo per portare in giro la giacca con maggiore disinvoltura…

A Passage To Bangkok e The Twilight Zone: perché mi viene un po’ da piangere quando le sento? Io non piango mai (ho finito le lacrime una quindicina di anni fa…). Però i Rush sono proprio bravi e obiettivamente, se non stai attento, gli occhi si inumidiscono anche se non vuoi… Tempo fa, una rivista americana pubblicava annualmente i risultati di un sondaggio fra i propri lettori. Dopo sette anni in cui al primo posto si era sempre classificato lo stesso gruppo, posero la domanda in maniera più o meno simile: “Ok, a parte i Rush, quali sono migliori strumentisti del mondo?”. Va bene, sono tranquillo, si continua.

…Aldo mi dà di gomito:
– Hai visto quella? –
Certo che si. L’ho vista, ma invece, quella chi è? Molto, molto carina! Fammi avvicinare (mi dico fra me e me). Con lo sguardo cerco di capire. Parla inglese. Molto veloce. Ok, ho capito, non è per me, a meno che non impari in pochi secondi. Peccato. Uff! Ho paura che marchi molto male… Mi concentro sulla gente, poi me la presentano (o si presenta, non ricordo). Ricordo solo che invece, con stupore, che lo sta facendo in italiano…
Anzi, con un leggero e simpaticissimo accento romano! Ohi ohi! E tu chi sei? Mi dico mentalmente. Rossana? (Ma guarda tu, non avevo mai conosciuto una ragazza con un nome così. Non capisco chi sia, non capisco di chi sia conoscente e perché. Non è importante: mi è simpatica. Bene, bene. Ok. Altro giro di vino prima della cene, ci vuole! Spero solo di riuscire a scambiare altre due chiacchere con lei…

Metto qualcosa di più allegro. Dopo aver cercato inutilmente “29 palms” di Robert Plant fra la sterminata moltitudine di cd che mi ingombra la stanza (decidendo che farei prima a scaricare nuovamente l’album da qualche sito pirata che non trovarlo), mi accorgo di Billy Joel. Saranno dieci anni buoni che non lo ascolto, per cui mi dico “massì”, è di compagnia e non ho ancora bevuto così tanto da dedicarmi a qualcosa di più coinvolgente…

…- E allora, che te ne pare della serata? –
Mi chiede Donatella.
– E’ quello di cui avevo bisogno, lo sai…-
Faccio un giro. Le inglesi stanno bevendo un bel po’. Forse troppo in fretta. Mi danno l’idea di gente che beve si, ma non sa farlo con i tempi giusti. Rischiano di ubriacarsi. Ci vuole un certo metodo: bisogna bere piano, agitarsi poco. Più ci si agita più l’alcool sale in fretta al cervello… Del resto, ognuno fa quello che gli pare. Vivi e lascia vivere è il mio motto. Ok, la cena è servita. Muy bien, hombres. Andiamo a vedere dove ci possiamo sedere… Non voglio stare vicino a Donatella e, possibilmente, nemmeno ad Aldo e Cristina. Vorrei stare da solo. Perché poi, alla fine, sono uno straniero in un mare di inglesi. Mi piacciono, ma non riesco a colloquiare molto bene. E’ ovvio.

Rossana si trova accanto a me forse per caso.

Mi sto facendo il pane. Si. Ho la macchina per fare il pane: l’ho acquistata per gioco un paio di mesi fa. Poi l’ho provata e adesso mi piace da morire. E’ molto facile da usare: metti gli ingredienti (farina, acqua, zucchero, sale, un po’ d’olio e lievito). Poi primi un pulsante e dopo tre ore ti sforna una bella pagnottona!
Il pane te lo puoi “curare”: fare all’italiana, alla francese (che poi non ho ben capito in che cosa sia esattamente differente…), lo puoi addizionare di contenuti speciali, come olive ecc…

Adesso siamo nella fase di cottura e c’è un profumo che non ti dico! Uh! Che bello!
Inoltre, Billy mi ha un po’ preso alla gola: adesso lo cessifico e passo magari a qualcosa di totalmente diverso.
Mi alzo, cerco… Cazzo! Ho trovato Fate of nation! E vai! Adesso mi sparo 29 palms! Non ci contavo più! Però parto dall’inizio dell’album (Calling to you). Poi, prossimo album in lista (la notte è giovane), Hunky Dory di Bavid Bowie. Wooff! Sono a posto, riempio il bicchiere e mi dedico nuovamente al seguito di ciò che ti volevo far sapere…

Interludio: se ti sto seccando, vai alla fine della mail, dove c’è scritto “Ciao”.

…Faccio mente locale: sono alla festa di Andrew. Ho aiutato a preparare i candelabri con le candele rosse. Ho passeggiato fra le sale prima che arrivasse la gente, da solo. Bellissimo. Chissà che cazzo hanno combinato qui dentro… Ed io ci sono. Un’altra vacanza. Mese intenso ottobre: un weekend a Barcellona a scassarmi con le mie amiche sulle Ramblas, un weekend a casa di Yvonne per il party di Halloween in cui rimedio un invito a Dublino per Gennaio (irlandese, si vede che gli sono simpatico…) ed ora qui. Ah, già: Parigi. Però non ho voglia di andarci a novembre, troppe cose da fare. Facciamo a dicembre. Un giro fino al 72 di Rue de Belleville non me lo toglie nessuno…
Comincio ad avere sete. E lì comincia a succedere qualche cosa. Non so se sono io a dire a lei o lei a dire a me di andare a bere qualcosa al bar, o se ci becchiamo lì (non lo ricordo), ma mi trovo al bancone con Rossana.
– Cosa prendi? –
Sono curioso.
– Bacardi e coca –
– E vada anche per me. –
La birra inglese può aspettare un poco. Lei estrae un portafogli verde. Molto molto bello, quel verde. Con una grossa fibbia metallica, circolare. Mi piace. Glielo prendo dalle mani e lo osservo: se ha scelto quell’oggetto proprio lei è un indice di come può essere questa ragazza che mi incuriosisce sempre di più… Mi conferma, non è un regalo. Ok! Ci siamo, comincia proprio a piacermi!

La “figlia dei fiori”, una certa Elizabeth, conosciuta un paio di ore prima mi sorride dal divano. Gli occhi parlano chiaro: è un paio di giri avanti a me. Ed anche suo marito si sta dando da fare: valuto che alla fine sarà curioso vederli andare via…

Una sigaretta e via.

Lei ci fa un buco. Nella sigaretta. Lo trovo un modo carino per dire che non gli piace quello che fumo, ma ho solo quello.

A proposito: mi accendo una paglia proprio ora.

La serata scorre vi molto meglio. La birra comincia piano piano a fare il suo effetto. O è la presenza di Rossana? Valuto che la seconda ipotesi sia la più accreditata, per il momento.
Mi interessa.
Ma non ho idea di compromettermi, di espormi. Attendo.
Capelli corti, occhi caldi. Ed il resto. Accattivante.
La sigaretta finisce. Ho bisogno di spazio, di movimento, di raccogliere le idee. La lascio con un:
– Meno male che ci sei! –
Ma la mollo lì. La serata è lunga.
– Poi balliamo? –
Mi chiede.
– Ci puoi giurare! –

Uriah Heep – Lady in black, vabbè, ho cambiato in corsa.

Tempo che passa, birra che cala. Gli inglesi cominciano a sbracare. La signora hippie mi si accosta svolazzando nel suo abito leggero. Il marito è arrivato all’ultima stazione: mi fa cenno dal divano, coricato quasi completamente, una birra in mano e lo sguardo acquoso:
– Hello friend! Do you like my wife? –
– Yes, sir. –
Annuisco col capo e guardo la moglie negli occhi e più in basso. Non ne posso fare a meno.
– Yeah! –
E’ contento di ciò. Fa un verso e si rigira sul divano, arrotolandosi su se stesso. Ne ha per poco, poi collassa.
La musica cambia. Andrew chiama per ballare. Hippie wife mi prende la mano e mi trascina nella sala grande, Rossana mi guarda con la coda dell’occhio.

Te lo ricordi? Spero di si. Ho fame, ma scrivo ancora…

Si balla. Si appoggia. Ride. Ubriaca anche lei. Si avvinghia. E’ molto bella. Molto sensuale. Mi sussurra nell’orecchio. In inglese. Non capisco che il trenta percento.
– Italians are wonderful! you are VERY interesting! –
Capito. Ma tuo marito è lì nell’altra stanza mezzo morto. Non mi sembra il caso. Non lo dico, ma lo penso. E poi…
Rossana è dietro di me. Molto affascinante. Top azzurro, di seta. Cosa ha detto Andrea all’inizio della serata?
– Ma l’hai vista? Ci puoi appendere un vestito! Sembrano dei chiodi! –

Ok, scusa, ma ti dico ciò che è stato. Di solito, ho proprio il problema di essere sincero. Prima, non ti avevo descritto i dettagli.

Nel giro delle danze, incrociamo gli sguardi. Ed improvvisamente, hippie wife Elizabeth sparisce in una nuvola alcoolica. Si volatilizza.
Rossana è davanti a me. Molto piacevole.
Balliamo.
Come posso, non sono bravo.
Donatella mi sorride ballando con un ragazzo inglese con almeno vent’anni meno di lei. Mi alza il pollice: non per me, per lei. Questa notte, si divertirà.

Ci vuole ancora un po’ di musica. Mi piace ricordare coccolato dalle note. Cosa stai facendo tu? Cosa stai facendo, ORA? Chissà dove sei, con chi sei, cosa pensi e cosa provi. Bevo dell’acqua, fumo un’altra sigaretta lentamente, osservo fuori dalla finestra, mi sfrego le mani. Ricomincio.
Drunk on the Moon. E’ di Tom Waits. Tanto piano.

La serata snocciola rumori, risate. Un camionista mi racconta di come la polizia italiana sia militarizzata. Ha paura che gli sparino, quando viene giù. Hanno tutti il mitra in mano, alla frontiera. E’ padre di tre figli. Il camion, lo guida da sempre. Ed io lo capisco.

Te lo ricordi? Non so chi fosse…

La torta, multipiano. L’ha fatta Andrew stesso, con le sue mani. Si è fatto la torta per i suoi quarant’anni. Meraviglioso Andrew. Se anche io fossi stato gay, avrei voluto frequentarlo. Biondo, impeccabile nella sua giacca chiara, unica nota di colore in una festa dove i maschi sono “black tie preferred”, a parte il gonnellino classico dello zio scozzese.
E si parla di musica.
– Cosa ti piace? Cosa ascolti? –
– Led Zeppelin, poi tutto il resto. –
Rossana mi racconta cosa piace a lei e non ci capisco nulla.
– Te li faccio sentire, se ti fa piacere! –
– Certo! E come? –
– Questa sera, in hotel, ho un lettore. –
– Wow! Bello. Dai. –

Cosa è successo.

Fuori fa freddo. Insomma, ho solo la mia giacca nera. Siamo a novembre. Anche Rossana ha freddo. Mi si avvicina e mi stringe. Prendiamo la stessa navetta. Lei, è calda. Soffice.
Piacevole.
Dimentico tutti.

La macchina del pane suona. Ha finito. Scusa, devo andare!

Eccomi. Ho perso parecchio tempo, anche se non lo sai. Ho sfornato il pane. Bello! E’ un simpatico e grassottello pane rettangolare, tondo in cima. Mi fa tenerezza. Tagliate due fette. Spettacolare!
Ok.
Torniamo a noi…

Camera d’albergo. Maledetto bollitore. Ci sei, ma non so come usarti. Sono le tre e quaranta di notte. Mi sono fatto una doccia veloce. La sto aspettando.

Bussano.

Ohi!
E’ Donatella. Il tizio di cui non ricordo il nome l’attende in camera.
– Io vado! E tu? Che fai? –

Arriva, Rossana, in vestaglia. Azzurra.

– Ah! Ok. Vado davvero! –

Donatella mi sorride. Mi fa un gesto osceno con la mano, mentre Rossana non guarda.

– Mi aiuti con quest’affare? Come diavolo si fa il caffè? –
Mi aiuta.

Poi siamo nel letto.
Distesi. Uno a fianco dell’altra. Noto che ha un buco nella calza. Mi fa sentire la sua musica (che non mi piace).

Rossana. Chi sei? Perché siamo stati lì? Ho ripensato al tuo amore. Un indiano? Lo sposerai?
Abbiamo avuto un flash. Abbiamo intravisto una scintilla nel buio. A sparkle in the dark.
Rossana. Finirai anche tu in su di un foglio di carta. Tu che lavori nella City, che vivi a due passi dal teatro. Finirai anche tu nel cassetto della mia memoria dedicato alle donne.

Proverò nostalgia a ricordarti?

Cosa ho provato.

Cambio. Led Zeppelin – The Battle of Evermore. Last change…

Ti scrivo questa mia, questa mail, queste parole, per provare a rivivere i momenti, il distacco, il nulla, il vuoto, il calore, il tempo, il freddo, i profumi, i suoni, i volti, i vetri appannati, i ciottoli del cortile, la piscina e l’acqua verde.

Elizabeth, la donna con il vestito a fiori (quella grassottella, con le belle gambe), il gonnellino dello scozzese, la violoncellista all’ingresso, gli anni ’30, il tuo mp3.

Ho bevuto la mia birra, mi sono rilassato, ho ascoltato musica, ho mangiato il mio pane.
Ti ho ricordata, ti ho pensata, ti ho rivisto in mente.

Simpatico ricordo.

Cosa provo.

Ed ora, solo ora, vorrei.

Ciao.

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