2014 – Techno Zombie

Si voltò nello stesso momento in cui il martello stava per raggiungere la base, cercando con lo sguardo gli occhi di lei.
Li trovò, ma dovette chiudere i suoi per un istante, sobbalzando quando il giudice colpì. Riflesso condizionato.

Un brivido di freddo. La sensazione bruciante della paura e dell’odio quasi fisico che la donna emanava. Poi, come in un sogno vignettato, le labbra di lei si trasformano: da dura smorfia di pura rabbia ad una parvenza di sorriso, sino alla gioia piena che esplode come un boato.

Non riuscì più a reggere lo sguardo. Barcollò e dovette essere sostenuto. Impotente. Sconfitto.
Aveva finalmente compreso che stava per morire.

Blood imprinting.
Un rito, non una vera necessità. Seguito di norma dai media.
L’imputato è ritto, ammanettato e quasi sorretto dalle guardie in nero. Di fronte a loro la spaventosa fucina fredda ed il calice di raccolta: un macabro simulacro del Graal.
Lo Spillatore si avvicina, camice bianco. Armato di punteruolo rituale. Afferra il polso destro dell’uomo incatenato ed attende la lettura della formula.
– Condannato 1378. Ritenuto colpevole, verrai ora privato della vita mediante applicazione della Legge 121 del Nostro Stato: le tue Vittime pretendono Giustizia ed il tuo sangue. –
Lo Spillatore attende un paio di secondi, per lasciar sedimentare la frase rituale nella mente del condannato. Poi punge con il punteruolo il palmo della mano e la rovescia sul calice di raccolta.
Poche gocce di sangue macchiano la ceramica e la macchina si accende.

Le luci si abbassano di colpo, nella sala dell’imprinting. Persino i carcerieri fanno un passo indietro, quando il cuore della fucina si illumina di nero traslucido. Un ronzio addirittura osceno comincia a percepirsi, pulsare sordo, mentre qualcosa si forma al centro della cavità metallica. Prima frammenti filamentosi, neri, vorticanti in un convulso moto disordinato. Poi, scaglie di luce blu si condensano liquide a formare la sfera. Si intravede già il guscio, madreperlaceo e semi-luminoso, che si ingrandisce sempre più. Frammenti di inferno rutilante si rovesciano all’interno: moto senza fine e senza logica, pulsante senza ritmo riconoscibile.
Demoni. Terrore. Stridio di vibrazioni non umanamente classificabili…
Mentre le guardie arretrano ulteriormente (secondo prassi), trascinando il prigioniero e lo Spillatore sparisce velocemente dalla scena e dalla vista, la sfera sfrigolando cresce.
Qualcuno paragona la superficie ad un’immensa cornea semiliquida, occhio di un Dio dell’Inferno che si affaccia sul nostro mondo.

Sono necessari sette minuti per portare la sfera alla dimensione di caccia.
Mentre ciò accade il prigioniero viene trascinato nel corridoio. Lo attende la deportazione sul Sito di Morte.
Le telecamere dei media indugiano pochi istanti ancora sulla macabra genesi sfera. Infine, inquadrano il volto dell’uomo con la tunica gialla dei condannati.
Sulla maschera di terrore che ha deformato il suo viso, alterandone i tratti.

Vengono trasmesse le foto delle vittime, il sorriso dell’unica sopravvissuta che assiste al rito con l’estasi dipinta sul viso, occhi lucidi e labbra socchiuse in adorazione. Incantata dal delirio metastabile della sfera.
Avrebbe avuto la sua vendetta.

Il cargo senza contrassegni si solleva in un turbinio di polveri sottili. Il campo di decollo è deserto. Destinazione Isola di Quéménès, dove il condannato subirà il Martirio e verrà raggiunto dalla Morte.

La sfera ha raggiunto la dimensione di fuga: vibrando sottilmente, ingurgitando rivoli d’aria adiacenti e dissolvendo persino la luce, inizia a muovere. Il cammino è sgombro. Le porte, che non potrebbero contenerla, sono comunque aperte.

Dolore in un flashback.
La memoria dello stupore, più ancora del male fisico. Il ferro dell’asta, il giravite, che penetra nelle carni. La tremenda sensazione di metallo freddo, il raschio della punta sulle ossa, vibrazione e scaglie in diffusione. Vasi sanguigni che esplodono: calore si espande, risale le terminazioni nervose verso il cervello appannato da un turbinio di pensieri affannati. La carne lacerata che perde sensibilità, il movimento dei muscoli impedito dall’acciaio temprato.
Ed il fetore del sudore mescolato al dolciastro ferroso del suo sangue. Il sudore dell’uomo che la sovrasta, il SUO, sangue che prende a sgorgarle dal petto.
Gli occhi che si opacizzano mentre lo sguardo cala verso il basso. La mano di lui quasi a contatto della sua camicia inzuppata di rosso. Il manico di plastica gialla e nera che fuoriesce e trasmette alla mente ancora cosciente il concetto di quanta parte ora invisibile le sia affondata tra gli organi interni, in un delirio di macellazione.
Dio vuole che quella coscienza la abbandoni: irrigidita si accascia in una pozza di sangue.

Ne ha uccise tre. La quarta sopravvive.

Ora, sarà lui a morire.

Il cargo resta sospeso a settanta centimetri da terra. Un soldato getta uno zainetto nella polvere, poi getta fuoribordo anche l’uomo, come fosse una sacco anch’esso.
Cade male: una pietra incide la carne di una mano, un’altra straccia la stoffa della tunica gialla e quello che sta sotto: il giallo vira al rosso, mentre emette un guaito gutturale.
Turbinio di polvere, vento demoniaco dai motori al massimo, frammenti di selce frugano i punti deboli della pelle e la incidono ancora. In pochi secondi il cargo è alto nell’atmosfera ancora rutilante di polveri rossastre, mentre l’uomo tossisce a carponi. Diversi secondi per rendersi conto di dov’è e di cosa lo attende.

Quasi il deserto. Rare piante semi rinsecchite, asfittiche isole d’erba giallastra e malata, mare tutt’intorno. Odore salmastro sgradevole, sole calante, simbolo e prologo di morte.
Simile ad un Golem tecnologico o meglio, ad uno zombie allucinante, generato da un rito mostruoso che avrebbe fatto impallidire lo stesso Baron Samedi, la sfera stava per giungere.
Fuggire? Dove? Pietà!
Finita.

Aveva provato piacere nel violentare. “Nell’applicare”, la violenza. Aveva goduto sia degli atti sessuali in sé che di ciò che aveva fatto durante e dopo. Il senso di impotenza delle vittime che traspariva dagli occhi, la richiesta di pietà silenziosa trasmessa dalle lacrime che colavano fin sul mento, solcando il nastro telato che impediva loro di proferir parola…
Eppoi, uccidere! Percepire gli spasmi dei corpi mentre infilava quel grosso giravite dall’asta esagonale.
Ma una era sopravvissuta. Quella maledetta puttana. Gli aveva conficcato il giravite nella pancia, l’aveva vista sussultare, aveva visto il sangue sgorgare, aveva visto le sue iridi dilatarsi, aveva visto la sua pelle accapponarsi.
Ma era sopravvissuta. Per denunciarlo.

Gli doleva la mano, che sanguinava dalla ferita. Anche la gamba, il ginocchio? Camminava, per ora era a posto. Aveva paura. Non abbastanza. Non ancora.
Stava arrivando. Sapeva che avrebbe impiegato molte ore, alla sua velocità: era programmata così.
In lontananza il relitto fatiscente di una costruzione. Unico semi demolito vessillo umano in quel mondo desolato.
Vi si diresse, trascinando lo zainetto. Acqua? Pane? Ci avrebbe provato, a sopravvivere!

Divano. Accovacciata, sola. Immagini sullo schermo. Una mano inconsciamente poggiata sulla ferita che ancora duole di tanto in tanto. L’isola di Quéménès. Panoramica satellitare, angolo stretto, nessun audio. Non vuole sentire rumori. Vuole solo vedere, se ne sarà capace. Fin che riuscirà.
Sei giorni dal rito di Blood imprinting. E’ ora.

Qualcosa non va nell’aria. Cariche elettrostatiche… Lievemente percettibili, sottili e cattive. Si risveglia da un incubo solo per rendersi conto che il peggio sta arrivando. Corre fuori dal rudere che per qualche giorno è stato la sua dimora, istintivamente, guarda il mare verso Sud. Prima nulla. Poi, la palpitazione limpida dell’orrore in lento avvicinamento, primo segnale di apocalisse al centro della linea tra il mare nero ed il cielo di piombo.
Arriva.
Una scintilla malvagia che va definendosi via via che copre la distanza, lentamente, inesorabile e vorace malignità disumana.
E’ sempre più grande. Minuto dopo minuto.
Turbini d’acqua vaporizzata vengono massacrati in un ricircolo infernale, convulso anticipo di un banchetto di sangue: il suo.
La sfera è ben visibile ora.
E l’uomo comincia a sudare. Comincia a perdere fiducia, comincia a provare schegge di paura. Inizia a “condividere” ciò che ha causato.
Non attende: fugge.

La sfera sta arrivando. Dalle immagini ad alta definizione si osserva la scia devastata che solca il mare. Sembra che persino la superfice dell’Oceano faccia fatica a recuperare la forma, dopo che la cicatrice spumeggiante è stata tracciata.
E lo vede. Per la seconda volta dal processo. Non lo distingue, non riconosce i dettagli del volto dell’uomo, ma sa che è lui. Può SOLO essere lui.
Lo vede fuggire.

Sordo ronzio vibrante, pulsante. Suono che ghiaccia le emozioni. Le cristallizza in un unico stato di terrore. Avanza, macinando l’atmosfera, nube nera incapsulata in un guscio in grado di annichilire la materia e l’energia che conosciamo. L’aria intorno sprizza scintille elettriche, la sabbia e le pietre sottostanti sfrigolano e si dissolvono in un canale vetrificato. Morto.
L’uomo fugge ancor più velocemente.
Lui è più veloce, ora. Fa parte del gioco, sembrerebbe…
Ma si stancherà.
Cambia direzione, si inerpica per un pendio.
La sfera lo insegue. Lentamente. Divorando prima di lui tutto ciò che incontra. Vegetazione, pietre basaltiche, insetti del sottosuolo superficiale.

Dopo non esiste più nulla.

Lo vede fuggire, correre, con la tunica gialla strappata. Lo vede cadere, cambiare direzione. Lo percepisce affannato, disperato. Lo spera, LO VUOLE, così!

Corre da molto. E’ stanco. Ha guadagnato terreno. Ma non basta. Arriva. Lentamente, senza tregua, senza alcuna remora. Morte lenta. Morte SICURA.
Allo stremo. Sente il mostruoso sfregare degli atomi dietro di se. Sente l’elettrostatica e la paura che fanno a gara per sollevare i peli della nuca. Si volta. Due metri. Scarta di lato. Si getta a rompicollo giù dal pendio, braccia e gambe disorganizzate in preda a terrore cieco, flussi di adrenalina che spingono i muscoli dolenti.
E cade male.
Sente lo schiocco secco dell’osso che si spezza. Lo vede! Fuoriesce bianco, venato di un rosso marcio.
Non urla nemmeno. Si volta ancora.

Quando l’uomo cade, spegne il monitor. Per lei è già finita. Chiude gli occhi e piega il collo di lato. La sua testa è più leggera, ma lo fa per coccolarsi. Tensione che cala, un senso di calore le sale dalle membra, un sorriso le si abbozza sul viso.
Per lei, è finita.

Ha corso ancora, con il braccio rotto tenuto con la mano buona. E’ caduto ancora, finalmente urlando, fuori di senno. Bava alla bocca, occhi sospinti così all’esterno del cranio da voler schizzare via.

Urla.
Poi, definitivamente, capisce che non può vincere. Si volta, al termine prossimo della sua esistenza ed urla ancora più forte. E’ l’ultima volta.

La sfera sfrigola e incalza. Il corpo dell’uomo, raggiunto dal Geenna di torbido furore si plasma in una raccapricciante voluta morbida, ossa liquide. Prima le braccia vengono risucchiate all’interno, seguite dal resto della carne in una demenziale caricatura di stracci imbevuti di sangue. Parodia di un incubo modellato come creta in un tritacarne.

La sfera colora le nubi interne perennemente vorticanti di cremisi, poi si contrae appagata, scintillante di malvagia determinazione e si condensa. Il rumore dell’atmosfera che riempie il vuoto istantaneo si perde nella desolazione dell’isola. Dopo un’istante, il nulla colmato attende che un senso di pace pervada la natura martoriata.

Ed è finita.

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